27 ottobre – Chi si umila sarà esaltato, 30a domenica del tempo ordinario anno C

Pubblicato giorno 24 ottobre 2019 - ARTICOLI DEL BLOG, Commenti alle letture festive 2019

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da Messale festivo EMP

 

30a domenica del tempo ordinario

chi si umilia sarà esaltato

 

 

Le letture di questa domenica ci insegnano il modo con cui Dio guarda ai suoi figli. La sua tenerezza, riversata su ciascuno, muove le creature che gli appartengono a riconoscerlo come colui che accoglie senza fare parzialità. Dio non fa parzialità, ma usa, questo sì, uno sguardo preferenziale verso i più poveri, verso gli afflitti, verso coloro che sono gravati dal peccato e che lo confessano con fiducia, aprendosi al perdono. Quanti si riconoscono deboli e peccatori, sono chiamati dalla parola di Dio a gioire nel Signore, a essere partecipi della sua salvezza e della sua liberazione. Cristo Gesù è venuto per salvare e liberare non per condannare e la sua pasqua di morte e risurrezione è il compimento della volontà amorosa di Dio Padre. Sapervi attingere con fiducia edifica la nostra esistenza. Per sperimentare efficacemente i doni di Dio nella nostra vita siamo chiamati a una relazione piena, sincera, umile con lui. La conversione è frutto di fede in Dio che sempre opera nei nostri cuori.

prima lettura   Il Signore ascolta la preghiera

Presso il Signore non c’è preferenza di persone, ma il suo cuore di padre ha una speciale tenerezza per i deboli che si rivolgono a lui. Il povero, l’orfano e la vedova, provati dalla povertà morale e materiale, muovono il Signore e Padre a disporre della sua provvidenza in loro favore. La loro preghiera è ascoltata: anzi, essa stessa non desiste, finché l’Altissimo non sia intervenuto. La preghiera è un’arma efficace perché parte da un cuore consapevole della propria debolezza, che riconosce l’onnipotenza di Dio e in essa confida. Il povero in tutta umiltà si affida al Signore ritrovandosi ricco di lui e affrancato dall’oppressione.

seconda lettura   Il Signore mi è stato vicino

Nella lettera che san Paolo rivolge a Filemone, ritroviamo le sue ragioni di vita, il suo affidamento al Signore e la sua speranza definitiva. Egli è immagine del povero che pone la sua fiducia nel regno dei cieli. La sua missione si è compiuta: egli sa di aver combattuto la buona battaglia, di aver ormai terminato la corsa, di aver sempre conservato la fede. Portato dinanzi al tribunale, come il Signore Gesù, anche Paolo sperimenta l’abbandono dei fratelli, la solitudine e l’amarezza. Ma sperimenta anche la stessa capacità di perdono del suo Signore e maestro. Così è per noi quando con piena fiducia ci affidiamo a lui, permettendo alla vita e agli eventi di farci testimoni di fede e di perdono. Il nostro Signore ci dà forza per essere testimoni del suo Vangelo, ci libera dal male e ci offre la sua salvezza.

vangelo   Due uomini salirono al tempio a pregare

Il vertice delle letture di questa domenica è toccato dal Vangelo ed è additato nell’umiltà del cuore. La povertà e la debolezza, proprie della nostra vita creaturale (prima lettura), l’adesione vitale alla povertà del Signore Gesù (seconda lettura) conducono il nostro cuore a umiliarsi. Ossia ci fanno riconoscere per quello che siamo davanti a Dio. Gesù ci aiuta a fare un percorso di umiltà attraverso la parabola del fariseo e del pubblicano. Il fariseo, sazio della sua giustizia, si reca al tempio a pregare. La sua posizione in piedi è quella di una persona colma di autostima e la forma della sua preghiera è quella del ringraziamento. Ma dentro le sue parole si rivela la sua meschinità. Egli infatti non ringrazia Dio per i suoi benefici, ma perché egli non è come gli altri uomini. Emerge una lode di se stesso, certamente fatta… con tutte le più buone motivazioni, ma che, alla fine, dice solo una cosa: egli non ha bisogno di nessuno, né di Dio né degli altri, perché tutto sommato lui è migliore e basta a se stesso.

Il pubblicano conosce la povertà più umiliante, quella del peccato. Egli si ferma a distanza e riconosce la sua intima lontananza da Dio. Si batte il petto con un gesto che accompagna le sue parole di contrizione e pentimento: «Dio, abbi pietà di me peccatore». Riconosce la sua miseria e, così facendo, attira la misericordia di Dio che sempre vuol perdonare e liberare. Il Signore Gesù, al termine di questa significativa parabola, descrive la sorte che i due personaggi hanno scelto e provocato. Il pubblicano che si è umiliato torna a casa giustificato: e in questo è la sua esaltazione perché ha riconosciuto Dio capace di perdonare. Il fariseo invece, che non è disponibile ad accogliere la misericordia, umilia se stesso, perché la creatura umana non si giustifica da sé.