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Il nostro carisma

Dal Testamento di santa Chiara

Tra gli altri benefici, che abbiamo ricevuto ed ogni giorno riceviamo dal nostro Donatore, il Padre delle misericordie, per i quali siamo molto tenute a rendere a Lui glorioso vive azioni di grazie, grande è quello della nostra vocazione.

Il carisma di santa Chiara: il grande dono che Dio ci ha partecipato

Il carisma di santa Chiara è la forma di vita cristiana attraverso la quale il Signore ci invita a vivere il nostro battesimo nella quotidianità semplice.
Da Francesco, mediatore di questo carisma con la vita e la parola, santa Chiara imparò a posare lo sguardo su Gesù Cristo e a seguirne le orme, entrando con Lui nella relazione amorosa con il Padre e con l’umanità, obbedendo agli impulsi dello Spirito d’amore, ossia a quella che i nostri santi chiamano “divina ispirazione”. In quest’avventura cristiana, Chiara non è mai stata sola.

Il primo dono di Dio alla sua vita, come già alla vita di Francesco, fu il dono delle sorelle: le sorelle di allora, quelle di oggi e di domani! Chiara ci mostra ancor oggi cosa significa appartenere totalmente a Cristo abbracciando, con la sua umanità di donna, sull’esempio di Maria, la «perfezione del santo Vangelo» nell’imitazione del mistero di abbassamento e di povertà del Figlio di Dio.
I due cardini della nostra forma di vita contemplativa sono, come dice il nostro nome di Sorelle povere, l’altissima povertà e santa unità nella carità, vissute nella modalità claustrale che porta entrambi alle estreme conseguenze di radicalità e di totalità.
Oggi siamo abituati a collocare i significati del termine povertà in un orizzonte meramente economico: per Chiara e le sue sorelle povertà ha piuttosto un significato antropologico e cristologico. Indica uno stile di vita espropriata che abbraccia tutta l’esistenza, l’esteriorità e l’interiorità delle persone e delle relazioni, sull’esempio del Figlio di Dio.
La scelta di non avere nulla di proprio, come radicale esperienza della propria umanità assunta dal Signore Gesù, in tutte le forme che la Regola di Chiara prevede, non è fine a se stessa. È per far spazio a ciò che dobbiamo «desiderare sopra ogni cosa, lo Spirito del Signore e la sua santa operazione». Nell’offerta amorosa dello spazio del cuore e della mente allo Spirito santo si realizza la purità di cuore che permette la preghiera ininterrotta, l’umiltà, la «pazienza nella tribolazione e nell’infermità», sino al culmine della vita di Cristo in noi: l’amore verso i nemici.
Il sine proprio è quindi per l’unità dell’amore, «che è il vincolo della perfezione».
Questi due elementi, declinati nella vita di ogni giorno, costituiscono l’itinerario che Chiara e le sue sorelle ci hanno lasciato come via di contemplazione. La porta della via contemplativa clariana è la povertà e la meta è la carità: la sequela di Gesù povero e servo che ci trasforma a immagine di Lui, si compie nell’amore nel divenire come Maria, per opera dello Spirito Santo, dimora permanente della Trinità.

Che cos’è realmente un carisma? Lo possiamo capire a partire dalla sua definizione più semplice: “un dono particolare dello Spirito, dato per l’edificazione comune della Chiesa”. Quindi un dono particolare dello Spirito che mi rende capace di rispondere, in termini personali e attuali, alla domanda di Cristo di seguirlo e di appartenergli totalmente.

Quale è l’attualità di un carisma? Ho usato volutamente l’espressione quale attualità di un carisma e non l’espressione attualizzare un carisma. Secondo le due istanze messe in evidenza dal Concilio Vaticano II – quella del ritorno alle sorgenti, del ritorno alle fonti, alle origini e quella dell’aggiornamento, dell’adattamento alle circostanze – l’attualità di un carisma si gioca nella capacità di vivere il rapporto sorgivo con la propria origine nell’oggi della Chiesa, della storia, della società.

“Ritorno alle origini e adattamento alla circostanza attuale” di per sé sono istanze presenti fin dall’inizio dentro un carisma. Francesco stesso ha delle espressioni molto chiare sul fatto che la sua forma di vita ha con-naturalmente un rapporto con ciò che la fa essere, con la sua origine e che, come tale, deve essere vissuta secondo le circostanze.

Il problema è che spesso il ritorno alle origini diventa l’archeologia degli inizi: cosa che fa pubblicare un sacco di libri, ma che non sempre è vitale. C’è confusione tra origine e inizio. Il ritorno alle origini non è l’andare a fare l’archeologia dell’inizio. Riporto come esempio quello che dice p. Leonard Lehman: “Se vado al mio inizio, nella foresta nera dove sono nato, non trovo né i miei genitori, né la mia culla: non trovo più niente”. Quindi ritornare alle origini non è ritornare al tuo inizio, perché se torni al tuo inizio non trovi più niente. Tornare alle origini vuol dire tornare al fondamento, e questo è un’altra cosa. Tornare al fondamento è un atto del presente, mentre l’archeologia degli inizi, in qualche modo, prevede una sorta di sospensione dal presente per andare a riprendere il passato. È nel presente che ritrovi l’origine, e quindi la trovi già legata all’attualità; questo legame non è un esercizio di applicazione successivo. L’origine è il fondamento. E il fondamento o è sempre presente o non c’è. Ma se non c’è nel presente, sorge il dubbio che non ci sia mai stato.

Questo è il motivo per cui l’Eucaristia è assolutamente essenziale nella vita cristiana, perché è il fondamento che è sempre presente. L’Eucarestia è memoriale, e la memoria non è il ricordo… la memoria è un atto del presente, mente il ricordo è una sospensione dal presente per andare verso il passato.

(Trascrizione da un intervento di fr.Paolo Martinelli, non rivista dell’autore)