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 di sr Irene Canepa OCSO

L’espressione “Chiesa in uscita” è nota da quando Papa Francesco l’ha utilizzata nel Esortazione apostolica e Evangelii gaudium, dove a proposito della trasformazione missionaria della Chiesa afferma: “La Chiesa in uscita è la comunità dei discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. La comunità evangelica attrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa e per questo essa sa andare incontro, cercare i lontani” (EG 1,24). Ciò che il Santo Padre auspica è una apertura cordiale e audace dei cristiani alla missione, alla testimonianza e all’annuncio del Vangelo al mondo intero. Naturalmente, non ha inteso esprimere un’idea nuova: la missione è inscritta nella stessa nostra identità cristiana. Essere figli nel Figlio generato e inviato dal Padre, è essere in Lui generati e inviati. La Chiesa è missionaria, “in uscita” per sua natura. Per noi monache di clausura cosa significa questo? Che tipo di missione vive chi fisicamente non esce quasi mai dal proprio monastero? Che tipo di incontro, che prossimità agli altri?

La questione si può affrontare da diverse angolature; proponiamo una riflessione, certamente limitata e bisognosa di approfondimenti.

Dal punto di vista materiale, noi monache trascorriamo la vita interamente tra le mura del monastero; uno dei voti che professiamo è quello della stabilitas loci. Come prevede la Regola di San Benedetto, l’ambito del monastero comprende gli spazi della vita regolare (chiesa, chiostro, scriptorum, refettorio, dormitorio) e i luoghi di lavoro (cucina, laboratori, orto), come anche un’infermeria e un cimitero. Le uscite e i contatti con l’esterno sono ordinati a necessità pratiche e comunque sottoposti al discernimento della madre badessa. Nella nostra comunità, per scelta concorde, anche l’uso di Internet è limitato a necessità di lavoro o a chi debba svolgere particolari servizi. Le persone che visitano il monastero sono accolte nella foresteria “come Cristo stesso”, secondo la Regola, e possono partecipare all’Ufficio divino in una cappella adiacente la nostra; c’è la possibilità di incontrare le sorelle nei parlatori ma con una frequenza regolata e discreta. Inoltre, persone povere bisognose costantemente bussano alla porta del monastero e ricevono qualche aiuto concreto (per lo più cibo e vestiario), altre telefonano per chiedere il sostegno della nostra preghiera in un momento di prova o di gioia.

La separazione dal mondo dunque segna profondamente l’identità e l’impostazione pratica della nostra vita monastica; i contatti con il mondo esterno non sono ricercati, piuttosto accolti.

Evidentemente, nel sentire comune, all’espressione “Chiesa in uscita” o Chiesa missionaria non si associa subito la figura di una monaca di clausura. La sapienza della Chiesa ha indicato proprio una claustrale, Santa Teresa Lisieux, come patrona delle missioni, e ciò potrebbe avviare una comprensione più profonda del senso della vita contemplativa. Tuttavia la maggioranza delle persone o non conosce questo dato o ne sottovaluta il significato.

La vocazione claustrale

Più in generale, rispetto alla stessa vocazione claustrale si avverte una certa perplessità, anche tra le persone di fede: che senso ha chiudersi lì dentro quando c’è tanto bene da fare fuori nel mondo? Che utilità? Cosa ci state a fare? Quante volte ascoltiamo questa osservazione, quante volte l’ingresso di una giovane in monastero è accompagnato dal sospiro rassegnato: “Aveva tanti doni, poteva fare molto e invece si è chiusa là dentro!”.

In realtà nel mondo c’è più gente “chiusa” di quanto non sembri: quanti invisibili muri separano le persone -orgoglio, pregiudizi paure…-. Chi pur non vive fisicamente entro i confini di una cinta, può restare altrettanto chiuso “nei recinti propri”, come sottolinea San Benedetto, e vivere realmente isolato.

In ogni caso, clausura e Chiesa in uscita sembrano non andare insieme: clausura non è vicinanza ma separazione, è stare-fuori e non entrare-dentro, è stare fermi e non andare-verso.

Alla domanda si deve una risposta: quale missione a chi vive in clausura, quale compito?

Una delle spiegazioni più diffuse e accettate è che si vada in monastero per pregare per il mondo e ottenere grazie per gli altri, come anche per dare consigli spirituali a chi si incontri in parlatorio: queste sono valutate come opere buone e tutto sommato utili. Tuttavia non è affatto questa la nostra identità, la nostra missione essenziale, né “lo spessore profetico della vocazione monastica” (Cristiana Piccardo, Alla scuola della libertà, Milano 1992, pagina 72).

Se la vita di clausura sembra un tirarsi indietro rispetto alle necessità del mondo, a ciò che potrebbe essere utile, forse il problema è che cosa si intenda per missione e anche utilità. Cosa è utile, perciò di cosa c’è bisogno davvero nel mondo?

Che il nostro mondo così com’è oggi abbia bisogno di essere cambiato, per quanto sembri una frase fatta, è una evidenza, è una esigenza che ogni uomo un po’ realista avverte. La realtà delle grandi ingiustizie che pochi potenti perpetrano a danno di interi popoli, la violenza fisica e ideologica che colpisce soprattutto i più indifesi e inermi e che si fa legge -aborto, eutanasia-, il dolore di tante vite sfruttate disperate -profughi-, la negazione delle libertà fondamentali -educazione, religione, obiezione di coscienza- spesso in nome di un pensiero relativista e nichilista, fino alle realtà più quotidiane di non senso e di impotenza che ognuno di noi sperimenta, fino alla realtà della propria personale fragilità e miseria. Il mondo tante volte ci appare un assurdo e più precisamente l’uomo a rivelarsi un abisso -come lo definisce la Scrittura-, una imprevedibile possibilità di bene e di male. Chi non desidera un cambiamento del mondo, dell’uomo e di sé?

Davanti all’attuale panorama, forse la grande tentazione per i cristiani è quella della delusione per l’inefficacia del cristianesimo, per la sua incapacità di cambiare le cose. “Il regno di Dio è vicino”: ma dove? Dove è la pace attesa, la giustizia promessa: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello…”? “Amate i vostri nemici”. Sì, è semplice ed essenziale ma non è poi troppo esigente? L’uomo che fa il male -e quanto!-lo merita?

Senza penalizzare le affermazioni della Scrittura estrapolandole dal contesto, vorremmo riflettere su una realtà fondamentale: nel cammino della fede cristiana, nella vita di chi segue il Signore Gesù dentro la sua Chiesa, l’esperienza della discrepanza tra attese compimento esiste. E questa discrepanza, questo “ritardo”, questo non-ancora, onestamente ci fa soffrire e spesso genera in noi una delusione e il senso di un’assenza. È accaduto ai primi, che immaginavano un Messia eroico che prendesse in mano le cose, le cambiasse -“Noi speravamo che fosse lui…”- accade anche noi oggi.

Di fronte a una promessa che sembra inadempiuta si assumono posizioni diverse: la reazione dei più volenterosi è supplire attivamente alla lacuna: “Diamoci da fare noi, cambiamo noi le cose”.

Disinteressata adorazione di Dio

L’attuale comprensione del mondo è funzionalistica: si pensa secondo categorie di risultato, di prodotto di utile, inteso come materiale, misurabile. Il valore e la legittimità di una realtà -persino di una vita umana- si determinano in base alla sua efficacia visibile, al suo rendimento. L’uomo è definito dal suo “fare”. L’utilità, intesa come produttività, è considerata lo scopo del reale e dell’uomo. Si tratta di un grande equivoco antropologico che interessa anche noi cristiani. Che l’uomo si anzitutto creatura non ci dice più molto; è ritenuta una premessa condivisibile ma astratta, da lasciare i pensatori, per passare piuttosto “alle cose concrete”.

Il mondo sottopone l’esperienza cristiana e in definitiva a Cristo stesso al tribunale del risultato: “Se davvero sei il Figlio di Dio, trasforma le pietre in pane, scendi dalla croce e allora ti crederemo”, mostraci risultati efficaci. E noi cristiani, perché una simile società funzionalista non ci rifiuti, sentiamo il dovere di legittimare la nostra presenza portando tali risultati “concreti”, dimostrando che anche noi “realizziamo”, che anche noi siamo utili, che le promesse si mantengono. Le promesse del Signore, alle quali crediamo sinceramente, ma che riteniamo di dover concretizzare noi stessi, giacché Egli tarda…

L’esistenza della vita contemplativa monastica risulta scandalosa per questo orizzonte di pensiero. Quaerere Deum è il suo unico scopo dichiarato. Ai monaci non è chiesto fondamentalmente altro.

Che lungo i secoli i monasteri abbiano contribuito a disegnare il volto dell’Europa, che siano stati centri pulsanti di vita, di cultura, di innovazioni scientifiche, di vera politica, di creatività artistica, di educazione, che siano diventati modelli di società, tutto questa conseguenza della ricerca di Dio. San Benedetto nella sua Regola non invita i monaci a riformare la civiltà, né concepisce un’istituzione monastica finalizzata all’evangelizzazione dei popoli barbari (come altri grandi monaci della sua epoca). A colui che bussa alla porta del monastero rivolge la domanda del salmo: “C’è qualcuno che ama la vita è desidera vedere giorni felici?”. Benedetto chiede di cercare la vita, cioè la felicità vera, Dio; e questo per lui significa insieme trasformare l’uomo.

La vita monastica è detta “scuola del servizio divino”: il servizio dei monaci è la disinteressata adorazione di Dio – espressa in modo eminente nella preghiera liturgica -e i monasteri sono luoghi della preferenza per Dio, spazi vitali di incontro col Signore. Secondo il Venerabile Pietro di Cluny, proprio la solenne celebrazione dell’Ufficio è per il monaco “opera celeste, di tutte la più utile”.

Curiosamente, nella Regola Benedetto definisce inutilis -anzitutto a sé- il monaco che non compie i doveri del servizio cui si è votato: non colui che non lavora, non produce ma che non prega e non medita la Parola di Dio. È noto il posto riservato al lavoro nella vita del monaco: è parte essenziale della giornata, fonte di sostentamento dignitoso e spazio di educazione dell’anima. Tuttavia nella Regola idea di utilità non è legata alla produttività materiale ma a una centratura del cuore sull’essenziale. Diventa inutile se si dimentica Dio! L’utile della vita, indica perciò San Benedetto, ciò che davvero conveniente, è anzitutto tornare continuamente a stare la presenza di Dio. La preghiera è concepita come questo orientamento continuo dello sguardo a Dio, l’accoglienza e l’esperienza di Dio. Il monaco si accorge che Dio ha il primo posto, sta al principio, è il Senso che tutto fonda e che si dona noi. Questa coscienza guida a uno sguardo di fede sulla realtà.

Guardare a Dio è astrarsi dalla concretezza? Al contrario: “Ritirandosi nel silenzio nella preghiera, il monaco si espone al reale nella sua nudità: si espone ad un apparente vuoto per fare spazio e sperimentare invece la Pienezza, la presenza di Dio, la Realtà più reale che ci sia e che sta oltre la dimensione sensibile”. Lasciando tutto, “rischia” per non vivere altro che dell’essenziale. “Ciò richiede tempo, esercizio, pazienza, e continuo a restare in cammino: dare tempo a Dio di operare con il suo Spirito, e alla propria umanità di formarsi, di crescere secondo la misura della maturità di Cristo”. (Benedetto XVI, Nulla anteporre all’amore di Cristo, pagina 120).

La vita contemplativa non è un passatempo piacevole. “Forse nessun esperienza come quella della solitudine e del silenzio fa toccare all’uomo il male che dentro il suo cuoree il monaco conosce la tentazione della fuga da se stesso e dal travaglio del divenire umano. Ma osa permanere” (Cristiana Piccardo, Alla scuola della libertà). Restando sotto lo sguardo di Dio, il monaco scopre la realtà dell’uomo, la sua natura di creatura redenta e la sua realizzazione. E così “consegnarsi alla lode di Dio è diventare umanità” (ibidem, pagina 67).

La clausura delimita materialmente lo spazio di quest’ardua consegna di sé, lo spazio di un desiderio, di un incontro, del libero “sì” dell’amore con cui l’uomo decide di affidarsi a Dio. È quella separazione che favorisce, custodisce la lenta generazione di una identità, la sua maturazione dietro un’apparenza. Persino secondo la moderna ricerca biologica, una delle condizioni indispensabili alla formazione di una vita, da quella unicellulare a quella complessa, è proprio la separazione, la sua delimitazione fisica, la sua definizione, e solo tale requisito rende possibile l’instaurarsi di rapporti del soggetto con l’esterno, con altri organismi.

Fare spazio a Dio

Allora, in parole povere, cosa “fa” il monaco per gli altri? Il monaco fa spazio a Dio. È dunque un individualista? No: proprio così (solo così) può fare spazio agli altri. Proprio nel vivere dell’essenziale egli trova anche la profonda comunione con i fratelli, con ogni uomo: sotto lo sguardo della Verità scopre se stesso e ogni uomo come oggetto di uno sguardo di compassione, di una misericordia immeritata. Porre al centro Dio significa decentrare da sé e accorgersi finalmente dell’altro.

La Regola di San Benedetto guida a un’esperienza quanto mai concreta di tutto questo, coniugando in modo geniale solitudine e vita fraterna, rapporto con Dio e amicizia tra gli uomini, tensione escatologica e coinvolgimento con il presente. In monastero, imparare a orientare lo sguardo a Dio diviene imparare il movimento più difficile, lo stare fuori da sé, diventare liberi da sé per uscire verso l’altro, ricevere misericordia e dare misericordia. L’amore agli altri, l’uscita verso di essi, incontro a essi, non è altro rispetto al culto a Dio.

Solo Dio conosce davvero chi sia l’uomo e lo sa amare a sufficienza: il nostro amore non può che essere un prolungamento dell’unica vera dedizione d’amore, la sua. Diventare completamente accoglienti del suo amore: questo è il culto che il monaco impara, da cui scaturisce ogni carità. “Sto in silenzio, perché sei tu che agisci”.

Nel cammino di fede il ricevere precede il fare, poiché la salvezza è anzitutto dono. Questa “passività” vale sommamente per quanto ci è più necessario, l’amore. Esso è tanto necessario quanto inesigibile, e l’uomo non può che attenderlo come dono. “L’operare umano è considerato una grandezza solo penultima, e proprio accorgersi di questo rende a poco a poco la persona libera per affrontare le cose di questo mondo mettendole al servizio dell’amore che redime” (Joseph Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Brescia 2005, pagina 258).

I monaci affermano questo primato di Dio e del ricevere sul fare. In questo senso la vita contemplativa urta la mentalità efficientista.

Essa ricorda la natura e la fonte di ogni agire umano, dell’amore e perciò anche di ogni “uscita” missionaria, di ogni apostolato. Nulla di quanto è davvero costitutivo dell’azione apostolica è prodotto dalle capacità personali. L’Inviato per eccellenza, Colui che “è uscito dal Padre”, afferma insistentemente di non agire di propria iniziativa: “La mia dottrina non è mia”. Ma è proprio questo “nulla” del proprio che ci coinvolge nella comunione di missione con Cristo.

La missione fondamentale di Cristo è essere dono. Il monaco, ogni cristiano, conformato a Lui, viene coinvolto in tale missione. Diventare accoglienti per Dio significa essere coinvolti nella sua persona, nel suo essere-da ed essere-per: figli generati dal Padre e figli donati agli altri.

Vita monastica ed eucarestia

C’è un luogo in cui il coinvolgimento con Cristo ha il suo culmine, ed è l’Eucaristia. Santa Teresa di Lisieux non esercitò attività missionarie immediate, ma capì che la Chiesa ha un cuore, l’“amore”, e chi vive di amore sta con Cristo nel centro della Chiesa. Questo centro, questo amore è proprio l’Eucaristia. In questo mistero, Dio compie la donazione di sé in Cristo e coinvolge anche noi in un processo di trasformazione, di perdono e di dono.

Il monaco sa che a “cambiare le cose” radicalmente, a trasformare l’uomo, non sono i suoi sforzi. Dio solo che può notare, può salvare infine. E in monastero – piccola Chiesa – si assiste alla grande trasformazione, al grande miracolo: Dio che ci trasforma in Corpo di Cristo, in Comunità, Chiesa – la quale dunque non è una realtà fabbricata e diffusa da noi. La Chiesa è questa realtà umana che riceve una nuova sostanza, è infine Eucaristia. “L’Eucaristia diventa espressione della convivenza di una comunità, convivenza che è farsi-cibo per gli altri; comunione è farsi pane, com-patire e con-vivere, farsi cibo; la volontà interiore si muove sulla logica dell’Eucaristia” (Cristiana Piccardo).

La vita monastica è eucaristica, gratitudine e trasformazione: permettere a Dio di trasformare noi uomini in Corpo di Cristo, Chiesa. Come ciò accada resta un mistero è un miracolo che stupisce anzitutto noi monaci: l’unità tra persone tanto diverse, dalle provenienze più disparate, dagli innumerevoli difetti, che non si sono scelte ma si ritrovano con-vocate; questo vivere ostinatamente insieme giorno per giorno condividendo tutto, questo insieme obbedire, insieme camminare, sbagliare e ricominciare… Insomma, l’esistere stesso di una Comunità non è davvero umanamente spiegabile. Eppure è ciò che viviamo. E forse è per questo che da sempre attorno i monasteri è fiorita vita, irradiazione della bellezza del miracolo che Dio opera: l’impossibile unità tra gli uomini. “Siano una cosa sola, Padre, in noi, perché il mondo creda”.

In questo senso la vita monastica “interessa la presenza ecclesiale nella sua forma più piena” (Ad gentes, 18), nella sua essenza sacramentale.

L’“irradiazione spirituale ad extra” che il Papa attende dai contemplativi (Francesco, Vultum Dei quaerere 5,2) si attua nel nostro manifestare al mondo il destino eterno che attende ogni uomo, essere una cosa sola in Dio. La comunione fraterna di cui diamo testimonianza (ibidem) non è il prodotto della nostra capacità di convivenza, ma una creatura del tutto nuova: la Chiesa.

Vogliamo infine ricordare anche l’esperienza delle fondazioni di monasteri, che per grazia di Dio caratterizza il nostro carisma. Certamente esse sono espressione di “Chiesa (monastica) in uscita”. La nascita di nuove Case in Paesi lontani e diversissimi per cultura e tradizioni è sempre una sfida appassionante. La nostra Comunità ha ricevuto una particolare chiamata in tal senso. Dalle umili ma tenaci radici della Trappa di San Vito, poi Grottaferrata e ora Vitorchiano, sono fiorite sette fondazioni, è oggi una ottava è in preparazione. Sono miracoli di fecondità che Dio ci dona, un traboccare della sua grazia: non frutto di nostre iniziative, di intenzionali slanci di “uscita” verso altri popoli. Sappiamo bene che la prima terra da evangelizzare e convertire è il nostro cuore. Nella semplice storia della nostra Casa, le fondazioni sono nate nell’ascolto di un appello della Chiesa, al cuore della Comunità che in esso si è coinvolta responsabilmente. Sono nate come Chiesa e per la Chiesa.

La missione della vita monastica non si identifica con le fondazioni, tuttavia esse ne rivelano la stupenda fecondità.

Di che cosa ha bisogno l’uomo oggi? Cosa gli è davvero utile? Cosa aiuta l’uomo e il mondo a vivere? L’esistenza di noi monaci proclama senza paura che solo Dio sa c’è il desiderio profondo dell’uomo. Il monachesimo edifica luoghi in cui si scopre cosa sia davvero la vita: l’attesa del suo avvento – quotidiano e finale – , l’accorgersi stupito della sua inesigibile eppure incessante uscita verso l’uomo.

Irene Canepa

monastero trappista N. S. di San Giuseppe

via della Stazione, 23

01030 Vitorchiano (Viterbo)

Pubblichiamo questo articolo di sr Irene Canepa OCSO (trappiste Vitorchiano) apparso su Vita Consacrata n. 4 del 2018, per gentile concessione della stessa casa editrice Ancora e delle Trappiste, che ringraziamo.