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L’intercessione: “Pregate gli uni per gli altri” (Gc 5,14)

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L’INTERCESSIONE COME SERVIZIO ALLA COMUNITÀ
di D. Bonhoeffer

La lettura della Parola ci spinge alla preghiera. Abbiamo già detto che la via più sicura per giungere alla preghiera è di lasciarci guidare dal passo biblico, pregare fermandosi su quanto si è letto. Così non cadiamo nel nostro stesso vuoto. Pregare non significa altro che essere pronti a fare propria la Parola, ad applicarla alla mia situazione, ai miei compiti particolari, alle mie decisioni, ai miei peccati, alle mie tentazioni. Ciò che non può entrare a far parte della preghiera della comunità, può essere esposto qui, nel silenzio, davanti a Dio. Basandoci sul passo biblico, chiediamo chiarezza per la nostra giornata, preghiamo di essere preservati dalla tentazione, di progredire nella santificazione, di rimanere fedeli al nostro lavoro e di ricevere le forze necessarie per compierlo; lo chiediamo nella certezza di essere esauditi, perché la nostra preghiera sorge dalla Parola e dalla promessa di Dio.
La Parola di Dio è stata compiuta in Gesù Cristo, perciò ogni preghiera che noi rivolgiamo a Dio richiamandoci a questa Parola è sicuramente esaudita in Gesù Cristo.
Una particolare difficoltà alla nostra meditazione sta nel fatto che i nostri pensieri si lasciano facilmente distrarre e vagano per proprio conto, soffermandosi su qualche altra persona o qualche avvenimento della nostra vita. Per quanto ne siamo sempre di nuovo rattristati e ce ne vergogniamo, pure non dobbiamo lasciarci prendere dallo scoraggiamento o dal timore o addirittura pensare che noi non siamo fatti per tali periodi di meditazione. Qualche volta può essere di aiuto non cercare disperatamente di scacciare i pensieri e di concentrarci, ma di includere semplicemente nella nostra preghiera la persona o l’avvenimento che ci è venuto in mente e distrae sempre di nuovo il nostro pensiero; così torneremo pazientemente al punto di partenza della nostra meditazione.
Come facciamo seguire la nostra preghiera personale alla lettura della Parola, così è bene fare per l’intercessione. Non è possibile, in un culto in comune, ricordare tutte le persone che ci sono affidate e intercedere per loro, o comunque non nella forma dovuta. Ogni cristiano ha la propria cerchia di persone che gli hanno chiesto di intercedere per loro o per le quali si sente chiamato, per determinate ragioni, a intercedere. In primo luogo saranno coloro insieme ai quali vive ogni giorno. E qui ci troviamo ad un punto in cui sentiamo battere il cuore di ogni convivenza cristiana. Una comunità cristiana vive dell’intercessione reciproca dei membri o perisce. Non posso giudicare o odiare un fratello per il quale prego, per quanta difficoltà io possa avere ad accettare il suo modo di essere o di agire. Il suo volto, che forse mi era estraneo o mi riusciva insopportabile, nell’intercessione, si trasforma nel volto del fratello per il quale Cristo è morto, nel volto del peccatore perdonato.

Questa è una scoperta veramente meravigliosa per il cristiano che incomincia a intercedere. Non esiste antipatia, non esiste tensione e dissidio personale che, da parte nostra, non possa essere superato nell’intercessione. L’intercessione è il bagno di purificazione a cui il singolo e il gruppo devono sottoporsi giornalmente. Può esserci un’aspra lotta con il fratello, nella nostra intercessione, ma rimane la promessa che vinceremo.
Come? Intercedere non significa altro che presentare il fratello a Dio, vederlo nella luce della croce di Gesù come povero uomo e peccatore bisognoso di grazia. Con ciò viene a cadere tutto quello che me lo rende antipatico; lo vedo in tutta la sua miseria e pena; nel suo travaglio e peccato che mi si mostrano così grandi e così opprimenti come se fossero i miei; ed allora non posso fare a meno di supplicare: “Signore, opera tu stesso, tu solo in lui, secondo la tua severità e la tua bontà”. Intercedere significa: concedere al fratello lo stesso diritto che è stato concesso a noi, cioè di porsi davanti a Cristo ed essere partecipe della sua misericordia.
Da ciò risulta chiaro che anche l’intercessione è un servizio che ci viene chiesto da Dio e dal fratello, ogni giorno. Chi si rifiuta di intercedere per il prossimo, gli rifiuta il suo servizio cristiano. È pure chiaro che l’intercessione non è preghiera generica, indistinta e confusa, ma una richiesta molto concreta. Si tratta di persone ben precise, e di difficoltà precise, perciò anche di richiesta precise. Quanto più chiara è la mia preghiera di intercessione, tanto più certo ne è l’esaudimento.
Ed infine non possiamo nemmeno rifiutarci di riconoscere che il servizio di intercessione richiede tempo, da parte di ogni cristiano e, più ancora, da parte di ogni pastore, a cui è affidata tutta una comunità. L’intercessione sola, se fatta bene, riempirebbe tutto il tempo che vogliamo dedicare alla meditazione. Così si dimostra che l’intercessione è un dono della grazia divina a ogni comunità cristiana e a ogni cristiano. Poiché con essa ci viene offerto un dono incommensurabile, lo accetteremo anche con gioia. Proprio il tempo che dedicheremo all’intercessione sarà per noi, ogni giorno, fonte di sempre nuova allegrezza nel Signore e nella comunità cristiana.
Dato che meditazione, preghiera e intercessione sono un servizio dovuto a Dio, e dato che in questo servizio troviamo la grazia di Dio, dobbiamo esercitarci a trovare per questo servizio un’ora fissa durante la giornata, come per ogni altro servizio che rendiamo. Non si tratta di legalismo, ma di disciplina e di fedeltà. Per lo più l’ora della mattina sarà l’ora migliore. Anche di fronte ad altri abbiamo il diritto di prenderci quest’ora e possiamo procurarci questo periodo di silenzio indisturbato, anche a dispetto di tutte le difficoltà che ci vengono dall’esterno. Per un pastore questo è un ordine inderogabile da cui dipenderà tutto il suo modo di dedicarsi al suo ministero.
Chi sarà fedele nelle cose grandi, se non ha imparato ad esserlo in quelle piccole?