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La nostra vita di Sorelle Povere di santa Chiara

dalla Regola di santa Chiara – capitolo I

La Forma di vita dell’Ordine delle Sorelle Po­vere, istituita dal beato Francesco, è questa: Osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità.

 

La nostra vita di Sorelle Povere si appoggia su tre grandi cardini: la preghiera contemplativa in clausura, la vita di fraternità e la vita di povertà.

La vita di preghiera e di contemplazione

Dalla Regola di santa Chiara – capitolo III

Le sorelle che sanno leggere celebrino l’ufficio divino secondo la consuetudine dei frati minori, e perciò potran­no avere i breviari, leggendo senza canto. Se qualcuna, per un motivo ragionevole, a volte non potesse recitare leg­gendo le sue Ore, le sia lecito dire i Pater noster, come le altre sorelle… (vedi testo integrale della Regola)

E’ il capitolo terzo della Regola di santa Chiara a parlare del modo in cui le Sorelle sono chiamate a celebrare la preghiera liturgica. Il testo mette in stretta relazione “tre tematiche: preghiera liturgica / digiuno / vita sacramentale. Tematiche di primaria importanza per la vita delle Sorelle povere, se Chiara le ha volute presentare all’inizio della Regola: eppure nessuna citazione biblica o evangelica fa loro da supporto, nessuna motivazione esplicita di ordine spirituale, nessuno slancio del cuore, come l’incantevole chiusura del capitolo precedente, trovano spazio in questa sezione. L’impressione è quella di una voluta sobrietà di un testo giuridico, coerente con quelle esigenze di concretezza in cui il coinvolgimento nell’incarnazione del Signore inevitabilmente introduce. In questo capitolo la sequela di Gesù povero è vista nelle sue radici liturgiche e sacramentali, da cui continuamente si alimenta e a cui il digiuno, con la sua azione purificatrice, prepara lo spazio nel corpo e nel cuore delle sorelle. Chiara è ben consapevole che la relazione vitale col Dio trino e uno avviene in tutta la persona, nel corpo oltre che nell’anima del fedele: «Puoi sempre portare Cristo spiritualmente nel tuo corpo casto e verginale» aveva scritto ad Agnese di Boemia.

La forma di vita evangelico-penitenziale delle Sorelle povere si delinea quindi, fin dall’inizio, in una dimensione inequivocabilmente contemplativa e saldamente ecclesiale. Al di là della comprensione teologica che Chiara poteva avere di queste realtà – preghiera liturgica / digiuno / sacramenti – è certo che la sua vita ne era completamente e armoniosamente pervasa, come abbiamo visto dalle fonti biografiche, e la Regola riflette anche in questo la sua esperienza personale. Le modalità di sequela evangelica che incontreremo nei capitoli successivi, a partire dalla struttura di governo e dal servizio dell’autorità, sono il frutto di questo incontro nella concretezza della fede col Cristo dell’incarnazione, presente negli strumenti salvifici della Chiesa.” (da: Il Vangelo come Forma di Vita, EMP)

 

La preghiera quotidiana, liturgica e personale

“La Chiesa, esercitando l’ufficio sacerdotale di Cristo, celebra la liturgia delle ore, in cui, ascoltando Dio che parla al suo popolo e facendo memoria del mistero della salvezza, Gli rende incessantemente lode e intercede per la salvezza di tutto il mondo con il canto e la preghiera.
Tutti noi formiamo la Chiesa, il popolo di Dio, che in unità con Gesù può pregare il Padre con atteggiamento filiale e sponsale. Mentre preghiamo, Dio ci rivela la nostra altissima dignità e vocazione.
“L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo deve, con la sua inquietudine e incertezza e anche con la sua debolezza, avvicinarsi a Cristo. Se in lui si attua questo profondo processo, allora egli produce frutti non soltanto di adorazione di Dio, ma anche di profonda meraviglia di se stesso.”

san Giovanni Paolo II

Il ritmo delle giornate è scandito dalla preghiera liturgica, attraverso la quale il nostro cuore si rivolge al Signore, offrendogli il nostro lavoro insieme al lavoro dell’umanità, le gioie, le sofferenze e le speranze di tutti. La preghiera personale nella quale sfocia la preghiera liturgica, costituisce il luogo dell’incontro con Dio, dell’esperienza del suo amore, della forza della sua Parola, capace di convertire il cuore e di aprirlo alla grazia e alla gioia. Tutta la nostra vita di svolge in clausura: nello spazio del monastero troviamo l’ambiente adatto alla vita contemplativa. La clausura è il prezioso scrigno che custodisce la presenza del Signore nel silenzio adorante e nella carità fraterna. Con la sua separazione, la clausura costituisce uno spazio di libertà e l’annuncio del primato di Dio nella vita di tutti.

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La clausura: grembo di una vita evangelica e contemplativa

dalla regola di santa Chiara – capitolo V

Le sorelle osservino il silenzio dall’ora di compieta fino a terza, eccettuate le sorelle che prestano servizio fuori del monastero. Osservino ancora silenzio continuo in chie­sa, in dormitorio e in refettorio soltanto quando mangiano. Si eccettua l’infermeria, dove, per sollievo e servizio delle ammalate, sarà sempre permesso alle sorelle di parlare con moderazione. Possano tuttavia, sempre e ovunque, comu­nicare quanto è necessario, ma con brevità e sottovoce.

Non sia lecito alle sorelle accedere al parlatorio o alla grata, senza licenza dell’abbadessa o della sua vicaria…

 

E’ certamente interessante notare che il primo dei due capitoli della Regola in cui Chiara parla della clausura abbia come tema principale la parola, voglia regolamentare la parola e il silenzio: dica cioè quale è il grembo in grado di custodire e far crescere la relazione con Dio. La parola, strumento e mezzo necessario alla comunicazione, è posta da Chiara a servizio della preghiera e della carità fraterna. A questa luce il silenzio appare non come vuoto di parole, ma come il grembo che le genera.

Per questo la vita integralmente contemplativa nella sua dimensione di separazione, di solitudine e silenzio è chiamata a dare la profezia di sempre: afferma il primato di Dio in una vita in cui spazio, tempo e relazioni sono totalmente ordinate a questo scopo. Il silenzio pieno dell’ascolto di Dio e relazioni fraterne animate dalla carità costituisce un segno di contraddizione mite per un mondo che in tanti modi afferma e vive drammaticamente l’assenza di Dio e la sete di relazioni autentiche. Questa profezia del primato di Dio offre anche nel contesto culturale odierno un sacramento della gratuità sovrabbondante con cui la Trinità si manifesta nella storia e si dona all’uomo nei segni umili dell’incarnazione.

Espropriazione e restituzione

Nella nostra peculiarità francescano-clariana questa gratuità divina è manifestata dalla dimensione dell’espropriazione e della restituzione che affranca l’uomo dalla schiavitù del “primato” del valore economico. I monasteri, offrendo un luogo – non utopico, ma eterotopico (cfr. M. Foucault, Utopie. Eterotopie, Napoli 2006) – dove poter vivere nella libertà di Cristo fuori da questa logica schiavizzante, sono profezia della reale possibilità sempre offerta all’uomo di divenire pienamente tale in Cristo.

I segni e il loro significato

I segni più evidenti che caratterizzano la clausura con la sua forma di separazione, sono certamente la grata, il muro di delimitazione degli spazi claustrali, la limitazione nei contatti con l’esterno, la regolarità dei tempi di preghiera e della vita fraterna. Certamente nessuno stile, segno o linguaggio che esprima la separazione claustrale può avere il compito di esaurire la nostra identità e missione di contemplative claustrali. La vita claustrale, infatti, non si esprime semplicemente nei suoi segni, ma rimanda a ciò che sta al di là di essi: una comunità edificata e sempre in via di edificazione nell’amore di Dio, che esprime la sua maternità nei confronti del mondo amando gli uomini nelle viscere di Cristo.

Tuttavia stile, segni e linguaggi sono senz’altro depositari di una verità, nella quale siamo chiamate a rimanere. Infatti la separazione dal mondo non può realizzarsi senza un linguaggio fatto di segni visibili, chiari e concreti, quali i confini fisici e la grata per quanto riguarda lo spazio, una scansione dell’“orario” data dalla preghiera per quanto riguarda il tempo, la sobrietà delle relazioni esterne e dell’uso dei mezzi mediatici per quanto riguarda i contatti.

Lo stile dei segni: testimonianza di Bellezza

Lo stile di questo linguaggio deve esprimere la bellezza sobria e absconditam del senso della vita contemplativa: la scelta di una grata di bella fattura esprime in modo leggibile da tutti che non si tratta di una sbarra di un carcere; un modo ordinato e armonico di vivere il tempo, in cui la relazione con Dio e la vita fraterna sono effettivamente una priorità vissuta e non solo desiderata, testimonia una pienezza di umanità a cui paradossalmente apre la rinuncia.

La clausura ha dunque un suo linguaggio e non propriamente sinonimo di stabilitas (tipica del monachesimo benedettino): infatti, il termine clausura raccoglie in sé sia l’elemento della separazione dal mondo sia il legame di appartenenza alla comunità a differenza del termine stabilitas che si riferisce unicamente ai vincoli del monaco con la sua comunità.

Sempre nel contesto del linguaggio particolarmente adatta è l’icona della sponsalità, intesa nelle sue dimensioni di intimità e di unicità/esclusività. Esse esprimono in chiave relazionale il mistero dell’unione con Dio, a cui tutti i battezzati sono chiamati e che trova nella forma di vita integralmente contemplativa, in particolare quella femminile, una manifestazione e un richiamo a riconoscere e a rispondere alla voce dello Sposo della Chiesa, Gesù Cristo, che invita tutti alle nozze con Sé.