6 ottobre – L’utilità degli scogli, 27a domenica del tempo ordinario anno C

Pubblicato giorno 3 ottobre 2019 - ARTICOLI DEL BLOG, Commenti alle letture festive 2019

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da Messale festivo EMP

27a domenica del tempo ordinario

L’utilità degli scogli

 

Viviamo in un tempo e in una cultura nella quale vige la norma del non avere norma: vige la norma del senza misura. …Che però produce una grande illusione: quella di essere onnipotenti, di essere il centro del mondo e della storia. La drammatica conseguenza di questa illusione è il crearsi di una catena di illusioni, destinate a divenire frustrazioni e depressioni. Infatti ogni nostro sogno di determinare il futuro come una linea retta ascendente…. si frantuma sugli scogli della realtà. Questo impatto ha il potere di aprirci gli occhi! …Si, gli scogli sono necessari! Già nel libro di Giobbe (38,10–11) Dio, rispondendo alle contestazioni che Giobbe gli muove immemore della propria piccolezza, rivela la necessità e l’utilità del limite a cui è sottomessa la natura umana. Dio paragona il limite dell’uomo agli scogli che frenano l’urto orgoglioso del mare: quindi il limite è cosa buona e salva dalla distruzione! Questo annuncio è una buona notizia anche per noi che viviamo in mezzo a forze enormi che paiono senza limiti: basti pensare alle potenze militari, economiche, politiche che pretendono di dirigere l’umanità. Le Scritture ci dicono che l’orgoglio di queste forze è destinato a infrangersi contro il limite loro imposto da Dio. In attesa del giorno in cui ciò accadrà, mentre gli tsunami della vita imperversano, occorre riporre attivamente la propria fede in Dio, che ha già vinto ogni male e ogni violenza. La fede, infatti, è sempre attiva: è forza, carità e prudenza, cioè risposta risoluta, fantasiosa e saggia alle sfide del presente, affinché sulla nostra limitatezza e povertà risplenda la gloria di Dio!

prima lettura   Attesta un termine

Abacuc assiste al drammatico scontro fra due potenze politiche, quella assira e quella babilonese. Mentre questi due colossi si succedono sulla scena del mondo, il popolo d’Israele resta fragile, tragicamente esposto al rischio di soccombere. Quando sono i giganti a scontrarsi, anche la violenza è decuplicata. La fede del profeta si fa accorato appello, affinché Dio non resti spettatore del male. Questa implorazione sofferta di Abacuc ci dice che la rivelazione divina non è consolazione a buon mercato, poiché la fede si coniuga sempre con l’attesa, e l’attesa è l’altro nome della pazienza… nella certezza che per ogni violenza è stato scritto un termine.

seconda lettura   Custodisci il bene che ti è stato affidato

La grazia di Dio sposa e anima dal di dentro la nostra debolezza, non fa di noi dei superuomini, piuttosto uomini di fede. La fede è un dono vivo che cresce con noi (o decresce, se non la traffichiamo…), che cresce mentre la si esercita. Nessuno di noi ha riserve inesauribili di fede: sempre essa ci viene donata e, molto spesso, viene accresciuta in noi attraverso la testimonianza dei fratelli: come non pensare ai tanti martiri del nostro tempo che, con la loro mitezza, ci stanno insegnando che cosa significa amare? Seguire il Signore Gesù non è scontato né facile: perché l’atto stesso di amare pone davanti alle esigenze radicali dell’Amore che Gesù ha rivelato col suo amarci sino alla fine, sino al dono di se stesso. L’amore, quando è vero, si congiunge sempre con il coraggio di soffrire per l’amato. Per questo Paolo esorta anche noi a custodire il bene che ci è stato affidato.

vangelo   La fede e l’obbedienza

La fede si nutre di ascolto e l’ascolto si nutre di obbedienza. Potremmo sintetizzare così, nell’interdipendenza di fede, ascolto e obbedienza il percorso racchiuso nel brano evangelico di oggi e già esplicitato nella colletta iniziale della messa. Ma la prospettiva dischiusa dal testo che oggi proclamiamo è straordinaria. Non cediamo alla tentazione di pensare al padrone della parabola come a un uomo senza cuore, piuttosto lasciamoci provocare dalla coscienza che il servo ha di essere tutto relativo al suo padrone, tutto dedito al suo servizio. Sì, certo, ci vuole fede ad agire così, a vivere posticipando l’io al tu dell’altro… Infatti la domanda dei discepoli è proprio quella che il Signore accresca in loro la fede. La risposta di Gesù è strabiliante, perché ai discepoli, che si sentono smarriti di fronte alle esigenze della vita, del perdono incondizionato da dare all’altro, addita la forza intrinseca della fede che, anche quando è piccolissima, è fortissima. Paradossalmente è come se Gesù ci dicesse che non importa quanta fede abbiamo: importa che la viviamo!