Domenica 3 maggio
Chi ha visto me,
ha visto il Padre
«Da tanto tempo sono con voi, e ancora non mi conosci?».
La domanda interpella Filippo e anche la nostra fede: i giorni, i mesi, forse gli anni di discepolato come cristiani ci hanno davvero fatto conoscere Gesù come Figlio di Dio che rivela il Padre? Perché questo è il centro della fede cristiana: credere che in Gesù ci è rivelato il mistero di Dio, credere che Gesù manifesta Dio Padre in tutto quello che dice e fa. Nel quotidiano però è facile lasciarsi prendere da altre immagini di Dio e da attese di vederlo forte e potente al nostro fianco a fare chiarezza e facile giustizia.
Se guardiamo bene Gesù, lo vediamo invece accostare poveri e peccatori con l’affetto dell’amico che invita a seguire strade buone, con la misericordia che non giudica, con l’esortazione che non scoraggia.
Lunedì 4 maggio
Se uno mi ama,
osserverà la mia parola
e il Padre mio lo amerà
e noi verremo a lui
e prenderemo dimora presso di lui
Nel discorso di Gesù c’è una circolarità tra amore e comandamento, tra il verbo amare e il verbo osservare; in questo modo le parole si illuminano e definiscono a vicenda.
Che cosa si intende per amore Gesù lo ha manifestato prima di quest’ultimo discorso ai suoi discepoli: si è chinato davanti a ciascuno per lavare i piedi, così come facevano i servi ai loro padroni. Questa è la rivelazione dell’amore con cui Dio ci ama: dare la vita, uscire dal nostro piccolo mondo per sperimentare la gioia del dono vicendevole. Il comandamento di seguire l’esempio di Gesù non è dunque una legge astratta, ma scaturisce dall’amore ricevuto e diventa più una restituzione grata che il compimento di un dovere.
Ogni volta che vivremo nell’amore, troveremo Dio ad attenderci e a colmare la nostra vita di gioia.
Martedì 5 maggio
Vi lascio la pace,
vi do la mia pace…
Vado e tornerò da voi…
Vado al Padre…
Alzatevi, andiamo via di qui!
Gesù usa per lui il verbo dell’andare, così come del tornare, ma in questo duplice movimento che esprime in sintesi il mistero pasquale non vuole lasciare i discepoli nella tristezza, nel turbamento.
C’è una pace da accogliere come consegna di Gesù ai suoi e che anche noi nelle nostre liturgie continuiamo a invocare finché egli ritorni; c’è una gioia a cui fare spazio perché è immenso l’orizzonte di amore in cui il Figlio si immerge e ci immerge proprio nel suo andare.
Nel versetto finale (che spezza la narrazione e dunque appare un po’ particolare) l’imperativo a muoversi è rivolto ai suoi discepoli: c’è bisogno di alzarsi, di andare via dal luogo del tradimento, della tristezza per entrare nello spazio di quell’ amore del Padre a cui Gesù si affida totalmente. Perché il Padre è più grande.
Mercoledì 6 maggio
Io sono la vite, voi i tralci.
Chi rimane in me,
e io in lui,
porta molto frutto,
perché senza di me
non potete far nulla
La vite, i tralci, il frutto, il rimanere che esprime un invisibile ma fortissimo legame che unisce queste tre realtà e che ne rende feconda la presenza.
È un’immagine preziosa per spiegare la relazione, l’alleanza tra il Signore e il suo popolo. Un’immagine bellissima per comprendere da discepoli quel non poter vivere staccati da chi fa circolare la vita, ma nello stesso tempo per sorprendersi del fatto che la vite non esiste senza i tralci e senza di loro non potrebbe esprimere la propria fecondità.
La parola annunciata compie a suo tempo la necessaria purificazione/potatura, oggi come allora, perché ci sia frutto, quello di una sequela piena di fiducia, che dia gloria al Padre.
Giovedì 7 maggio
Rimanete nel mio amore.
Vi ho detto queste cose
perché la mia gioia sia in voi
e la vostra gioia sia piena
Torna oggi nel vangelo il verbo rimanere che vuole condurci a un’ulteriore profondità.
Dopo il rimanere dei discepoli nella vite come tralci, e il rimanere in loro delle parole di Gesù, l’invito è a rimanere nell’amore di Gesù. Come? È Gesù stesso a dirlo: si tratta di custodire/osservare le sue parole, come ha fatto e fa lui con il Padre. Custodire la parola, darle carne, lasciare che porti quel frutto per cui è stata mandata, il frutto dell’amore che si dilata alla comunità e oltre, il frutto della gioia che il Signore vuole per noi, gioia piena.
È la parola stessa a produrla in noi. E gioia sia!
Venerdì 8 maggio
Vi ho chiamato amici,
perché tutto ciò che ho udito
dal Padre mio
l’ho fatto conoscere a voi.
Questo vi comando:
che vi amiate gli uni gli altri
L’amore più grande è donarsi per gli amici, per coloro che Gesù ha scelto, chiamato e con cui ha condiviso le parole del Padre.
Gesù parla ancora di un frutto da far maturare, un frutto che rimanga e che assume nel contesto il volto dell’amicizia tra i discepoli, nella comunità.
Come ha detto papa Francesco: «Gesù, nel vangelo, ci dice che noi per lui siamo proprio questo, amici: persone care al di là di ogni merito e di ogni attesa, alle quali offre il suo amore, la sua grazia, la sua parola; con le quali condivide quello che ha di più caro… Chiediamoci: che volto ha per me il Signore? Il volto di un amico o di un estraneo? Mi sento amato da lui come una persona cara? E qual è il volto di Gesù che testimonio agli altri, specialmente a quelli che sbagliano e hanno bisogno di perdono?».
Sabato 9 maggio
Vi ho scelti io dal mondo,
per questo il mondo vi odia…
Faranno a voi tutto questo
a causa del mio nome,
perché non conoscono
colui che mi ha mandato
Comincia un’altra sezione del capitolo 15 del vangelo secondo Giovanni, nella quale si affronta il tema dell’odio del mondo, un sentimento, se così si può dire, che viene dalla non conoscenza del Padre.
Gesù va fino in fondo nella sua testimonianza, proprio perché il mondo sappia di questo amore che lo unisce al Padre, che orienta tutta la sua vita e che vuole trasmettere ai discepoli. Anche loro saranno esposti a quest’odio, ma forti del legame che li unisce a Gesù, potranno dire al mondo, con la vita e le parole, a chi appartengono e quale è l’orizzonte della loro fede.
Dove c’è odio fa’ che portiamo l’amore!






























