“Accoglienza o rifiuto” secondo la Bibbia, di don Piero Rattin

Pubblicato giorno 8 aprile 2019 - ARTICOLI DEL BLOG, Chiesa di Trento, Eventi

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Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

Intervento di don Piero Rattin a Borgo Valsugana, 3 marzo 2019

 

Questo incontro dovrebbe concludere una riflessione che avete già cominciato e fatto in due serate precedenti, e la conclusione dovrebbe consistere in uno sguardo riassuntivo su ciò che la Bibbia dice riguardo al fenomeno ben noto e ormai inarrestabile qual è quello delle immigrazioni. Accoglienza o Rifiuto la grande alternativa, carica di conseguenze per il futuro di tutti. Quando si dice Bibbia o Vangelo, però, c’è il rischio che alcuni ci vedano un bel bagaglio di teorie e di ideali… (o un libro da sventolare in occasione di comizi per attrarre voti, senza averlo mai aperto e tantomeno letto)… ma pensano che i dati di fatto, la cosiddetta realtà, è un’altra. E allora consentitemi di iniziare – anziché subito dalla Bibbia – da alcuni dati di fatto che però non sono molto noti, perché né giornali né TV ne parlano…

Dati di fatto

Alla fine della Seconda guerra mondiale i muri che separavano una nazione da quella accanto erano appena sette. Dal 1989 ai nostri giorni i muri ufficiali che impediscono l’ingresso in una nazione o nell’altra sono almeno 77. Se non sono muri di pietra o di cemento (come quello che divide la Terra Santa da Nord a Sud) sono comunque barriere: fatte di filo spinato o di reti di recenzione (come quella di 175 Km che separa l’Ungheria dalla Serbia). I muri sono ostacoli reali ma anche simboli: dicono chiaramente che tipo di mondo si intende costruire per il domani. Papa Francesco, tornando la settimana scorsa dal Marocco, all’intervista concessa ai giornalisti durante il viaggio in aereo ha detto queste parole: “Chi alza muri… alla fine ne resta prigioniero”.

Altro dato di fatto: viste le difficoltà di entrare nei Paesi Europei per via mare, l’anno scorso 25 mila fuggitivi dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afghanistan e dal Pakistan (giovani uomini, più raramente donne e famiglie con bambini, che fuggono da guerre, persecuzioni politiche e fame) hanno scelto la via dei Balcani, attraversando la Bosnia e poi l’Ungheria. Chiusi i passaggi per l’Ungheria, è rimasto solo un lembo di Bosnia che si incunea nell’Unione europea passando per la Croazia. A quel confine con la Croazia stazionano da mesi in condizioni miserabili miglia di questi fuggitivi. Spesso fanno il «Game» (il gioco, è la parola con cui i profughi ironicamente chiamano il tentativo di entrare nell’Unione europea). Partono in genere di notte, in piccoli gruppi, cercando di attraversare la Croazia (paese Europeo, cattolico). Spesso la polizia croata li intercetta con droni, cani e rilevatori di calore, e li respinge in Bosnia. Vengono picchiati, umiliati e derubati dei pochi soldi che hanno, mentre i loro telefonini, indispensabili per orientarsi col Gps nella fitta foresta, sono distrutti a manganellate. Quasi sempre sono ricacciati in Bosnia in condizioni pietose. La popolazione Bosniaca, in maggioranza musulmana, li aiuta come può.

Accoglienza o rifiuto: questione di vita o di morte

La Bibbia non si perde a trattare di cose secondarie; tratta sempre di esperienze essenziali per la vita: l’accoglienza è tra queste. C’è tutta una serie di parole diverse che la illuminano e aiutano a capirla in tutta la sua ampiezza: prima fra tutte la parola “ospitalità”, con tutta la sua carica tipicamente orientale che possiede.

L’esperienza dell’essere accolto e quindi il dovere di accogliere è essenziale ad ogni individuo umano, ma per il popolo della Bibbia lo è in modo del tutto particolare: nessuna cultura, nessun popolo può esimersi dal praticare l’accoglienza, tento meno il popolo della Bibbia. I motivi sono presto detti: il primo fra tutti è un “motivo di ordine storico-culturale”. Cioè, alle sue origini, questo popolo (gli Ebrei) ha delle radici nomadi, o semi-nomadi: era un popolo di pastori. Questo implicava la necessità di vivere in clan, in tribù, con forti legami di solidarietà; tra i nomadi, nel deserto soprattutto, da soli si muore, non si può sopravvivere. Ed è talmente forte questa consapevolezza che ogni clan, ogni tribù, si fa in quattro per non lasciare nessuno da solo: accogliere è sottrarre al pericolo certo di morire; è dare la possibilità di sopravvivere. Da qui l’antichissimo e sacro dovere dell’ospitalità nei confronti di chiunque. L’accoglienza, in una cultura così, non un hobby, un optional: è una reale necessità. Ora, se ci pensate, non può che essere molto significativo per noi il fatto che Dio abbia scelto come strumento di salvezza per tutta l’umanità un popolo per il quale l’apertura all’altro e la solidarietà non sono valori di contorno, ma la spina dorsale del suo stesso esistere…un popolo per il quale accogliere o non accogliere è questione di vita o di morte.

Questo, quindi, il motivo storico-culturale per cui nella Bibbia l’accoglienza è un argomento molto ricorrente.

“Amate lo straniero, perché anche voi siete stati stranieri…”

L’altro motivo lo possiamo definire “storico-religioso”. E’ legato alla storia di quel popolo; storia fatta sovente di oppressione, di schiavitù, di esilio, di dispersione. L’esperienza di fede che quel popolo fa, avviene soprattutto in situazioni come queste: Dio si manifesta come colui che interviene a liberare, a ricuperare un’identità perduta, a riportare uomini e donne alla loro dignità. Significativo e fondamentale per tutta l’esperienza riferita dalla Bibbia è l’intervento di Dio per liberare gli Ebrei dall’oppressione dell’Egitto: “Ho udito il grido del mio popolo , ho visto le sue sofferenze, sono sceso per liberarlo”: (parole che…) è così che Dio si presenta a Mosè. E non è solo libertà dall’oppressione quella che attua; una volta tolta l’oppressione avviene un’accoglienza reciproca tra Dio e quella gente: “Io sarò il vostro Dio – dice – e voi sarete il mio popolo”. Questa vicenda, questa avventura di liberazione dalla schiavitù e di accoglienza nell’amicizia di Dio, dovrà avere conseguenze reali anche sui comportamenti: quel popolo dovrà praticare verso tutti quella sollecitudine, quella stessa accoglienza che Dio ha usato nei suoi confronti. Le leggi sui rapporti sociali saranno animate proprio da questa motivazione: erano schiavi, alla mercè di chiunque; Dio li ha liberati e li ha fatti suo popolo. Quindi dovranno avere un’attenzione, una cura privilegiata per chiunque abbia bisogno di libertà, di dignità, di calore umano: in particolare il forestiero, l’orfano, l’oppresso di qualsiasi razza o cultura.

Tutti i codici legislativi contenuti nella Bibbia, dal più antico (contenuto nel libro dell’Esodo) al più recente di 700 anni dopo (Levitico) sono contrassegnati dal perenne riferimento a questa esperienza originaria che diventa una sensibilità permanente. Qualche esempio:

Non molesterai lo straniero né lo opprimerai, perché anche voi siete stati stranieri nel paese d’Egitto. (Esodo 22,20). “Lo straniero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati stranieri nel paese d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio” (Levitico 19,33). “Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto” (Deuteronomio 10,19).

Insomma, l’esperienza della salvezza vissuta in un frangente molto concreto, finisce col contrassegnare tutti i rapporti interpersonali, specie verso coloro che di quella salvezza hanno bisogno in termini altrettanto concreti. E’ Dio stesso che si fa garante di un tale comportamento: come lui s’è comportato con te, allorché eri in situazioni disperate, allo stesso modo dovrai comportarti tu verso chiunque si trovi in situazioni analoghe alle tue. Il dovere dell’accoglienza ha qui la sua motivazione storico-religiosa: è un dovere che scaturisce da una storia in cui Dio è stato sentito e sperimentato come operosamente accogliente; la salvezza, per il popolo della Bibbia, non è che un altro nome per dire accoglienza: un’accoglienza in cui Dio stesso è all’opera.

Anche noi (italiani) abbiamo provato cosa vuol dire essere stranieri

Qualcuno potrebbe obiettare a questo punto: “Beh, noi non siamo mica ebrei… I nostri antenati non sono mica stati schiavi in Egitto… non hanno sperimentato alcuna liberazione…Quindi non siamo tenuti all’accoglienza degli stranieri… Perché mai dovremmo accoglierli?”. Qui la risposta è presto detta: E’ vero che noi non siamo Ebrei… che non siamo mai stati schiavi in Egitto, né liberati e guidati a una Terra promessa… Ma è vero che siamo italiani… e non è passato neancora un secolo da quando da tutto il Trentino (ma possiamo dire dall’Italia) singoli individui e intere famiglie erano costrette dalle situazioni economiche miserevoli ad emigrare in altri Paesi del mondo… e non erano pochi a fare tale esperienza. A volte erano accolti, potevano vivere in maniera dignitosa, alcuni fecero fortuna nel pieno senso della parola; altri trovavano difficoltà, ostacoli…erano guardati con sospetto. Oggi chi rifiuta accoglienza agli stranieri che premono alle frontiere, porta come motivo il fatto che tra loro ci sarebbero delinquenti e la loro delinquenza metterebbe a rischio la nostra sicurezza… E allora va detto che spesso la delinquenza è conseguenza del rifiuto e delle chiusure che incontrano: molto spesso è la mancata accoglienza che trasforma gli immigrati (soprattutto se giovani) in manovalanza o in preda delle organizzazioni criminali. Il che – guarda caso – è accaduto anche tra gli italiani che emigrarono in altri paesi: negli Stati Uniti si parla inglese, ma c’è una parola italiana che tutti conoscono: “mafia”. Non l’hanno inventata i pellerossa o gli esquimesi: l’hanno creata immigrati italiani la mafia negli Stati Uniti.

A questo punto, se è vero che le Parole di Dio restano vive per sempre e non passano mai, come credenti (oltre che come semplici cittadini italiani) dovremo adattare a noi quelle frasi della Bibbia che citavo poco fa’: “Non molesterai lo straniero né lo opprimerai, perché anche voi siete stati stranieri in vari Paesi del mondo. Lo straniero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati stranieri… lontano dal vostro Paese d’origine”. “Amate dunque lo straniero, poiché anche voi avete sperimentato cosa vuol dire essere stranieri ”.

Accogliendo o rifiutando le persone si ha a che fare con Dio

Nella vita accade che prima si fanno certe esperienze e poi, una volta fatte, ci si pensa su, si riflette. Anche il popolo della Bibbia, con l’andar del tempo, ripensò la sua storia di schiavitù e di liberazione e si domandò: “Noi abbiamo toccato con mano la sollecitudine di Dio, siamo stati accolti da lui in un rapporto di alleanza (che vuol dire: amicizia molto solida e seria); per noi è normale praticare l’accoglienza. Ma quelli che non hanno vissuto la nostra storia, che motivi hanno per essere accoglienti verso gli stranieri? Che è come dire: cosa c’è nella persona umana che possa far scattare la disponibilità ad accoglierla?

E qui la Bibbia dà quella motivazione che è la più fondamentale di tutte e la cui validità rimane intramontabile: la persona umana è fatta a immagine di Dio. Nel creare la stirpe umana Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza. E Dio – si legge nella Genesi – creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò”. Questo è il motivo più decisivo che fonda la dignità della persona e fa scattare l’atteggiamento di accoglienza nei suoi confronti.

Comunque la si intenda questa affermazione biblica, essa comporta un significato che è senz’altro chiaro: nella persona c’è qualcosa di Dio; trattare con qualsiasi persona significa aver a che fare in qualche modo con Dio stesso. Il che risulta ancora più vero da un altro dato di fatto: gli ebrei non potevano rappresentare Dio in immagini (statue, affreschi…): no, era vietato nel modo più assoluto. Capite allora l’importanza rivoluzionaria di questa affermazione: dire che “l’uomo è immagine di Dio” è come dire: se vuoi onorare Dio, onora la persona umana; ciò che fai a lei (onore o offesa che sia) è fatto a Dio stesso. La persona umana vale più di tutte le statue e di tutti i dipinti delle nostre chiese: il vero culto, la giusta venerazione si deve tributare alla persona, ben più che alle statue di legno o ai quadri dei santi…

A questo punto è chiaro che le vere relazioni interpersonali – le prime in assoluto – non siano quelle che costruiscono gli uomini tra loro, ma quelle che Dio ha instaurato con loro, con il suo popolo, con noi in ultima analisi. E se parliamo di accoglienza, non siamo noi gli inventori dell’accoglienza: è Dio che ha cominciato; noi siamo suoi imitatori, persone e famiglie che camminano su una strada che Lui per primo ha già aperto.

Tutto questo lo deduco da quella parte molto consistente della Bibbia che si chiama Antico Testamento. Ma allora mi viene da pensare: Se già nell’Antico Testamento si ragionava così (ed era più di 2000 anni fa’…), i credenti che oggi rifiutano accoglienza agli stranieri sono davvero più progrediti, più civili, più umani rispetto al popolo dell’Antico Testamento o non sono invece più rozzi, più selvaggi e più disumani?

Su cosa saremo interrogati all’ultimo esame?

Il Nuovo Testamento (cioè il Vangelo) ha ancora molto altro da aggiungere a ciò che dice l’Antico. Come la pensa Gesù Cristo, e di conseguenza il suo Vangelo, riguardo all’accoglienza?

Completa e arricchisce in modo del tutto eccezionale quanto era già stato preannunciato. Erano secoli che Dio aveva già lasciato intuire le coordinate del suo progetto: liberare gli uomini (tutti, non solo un singolo popolo) da ogni oppressione, ridare loro piena dignità accogliendoli nella sua alleanza. Ora, di questo progetto si attuano le battute più decisive: Gesù è venuto per radunare tutti i figli di Dio che erano dispersi. “Padre – prega Gesù la vigilia della sua morte – che tutti siano una cosa sola in noi”. In altre parole: Dio apre, allarga lo spazio della sua famiglia e accoglie gli uomini nella sua intimità, nella sua comunione. “Il Padre ha deciso di accogliervi come figli suoi – annuncia Gesù – io sono qui per realizzare questa decisione”.

Leggendo i vangeli noi incontriamo un Gesù che perde tanto tempo con povera gente: povera perché disgraziata, tormentata da infermità; povera perché emarginata dal rifiuto della società di cui fa parte. A questi poveri è annunziata la buona novella: quale? che Dio inaugura il suo Regno tra gli uomini e accoglie tutti, ma – tra tutti – accoglie di preferenza costoro.

Quando costoro si accostano a Gesù, in Gesù è Dio stesso che si fa accoglienza, e quando è Dio ad accogliere, la vita e la persona di chi viene accolto è trasformata. Nelle persone bisognose di accoglienza ci sono delle prerogative, delle potenzialità nascoste che solo l’accoglienza può mettere in luce e in azione. So che don Stefano vi ha fatto riflettere sull’incontro di Gesù con la donna siro-fenicia (straniera quindi): l’accoglienza da parte di Gesù ha sprigionato in quella donna una fede che neanche tra gli ebrei Gesù aveva trovato così audace (e non è l’unico caso riportato dai vangeli).

Ma la presentazione più sorprendente del significato e del valore dell’accoglienza ce la consegna l’evangelista Matteo al capitolo 25 del suo Vangelo. Dire “capitolo 25” è già dire qualcosa di molto particolare: subito dopo, al 26, comincia il racconto della Passione di Gesù. Quindi con il capitolo 25 Gesù finisce di insegnare (a parole), dopo non potrà più dire nulla (insegnerà con l’esempio). Ebbene, l’ultima lezione del capitolo 25 è una parabola, nella quale dice ciò che gli sta più a cuore: è come un testamento.

In un testamento non si raccontano storielle, si dicono solo cose essenziali, vitali. L’avrete sentita altre volte, ma questa volta vi invito ad ascoltarla con attenzione, oltre che sentirla:

Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna» (25,31-46).

Ecco l’ultima lezione di quel Maestro che è Gesù Cristo. Dire lezione forse è dire troppo poco: qui ci viene detto in anticipo su che cosa saremo interrogati il giorno del nostro ultimo esame, quando ci presenteremo davanti a Gesù Cristo (beh, per chi deve affrontare un esame è una fortuna conoscere in anticipo su che cosa sarà interrogato: non vi pare?). E non è un esame da poco: ne va della nostra promozione o della nostra bocciatura: eterna, notate bene (non ci saranno esami di riparazione dopo quest’ultimo esame).

Quindi noi sappiamo che in ogni persona bisognosa di aiuto (affamato, assetato, nudo, malato, straniero, prigioniero…) è presente nientemeno che Gesù Cristo, e che ciò che facciamo o rifiutiamo a quella persona, è fatto o rifiutato nientemeno che a lui. “Ma (obietterà qualcuno) … io non riesco a vederci Gesù Cristo nel marocchino, o nel nigeriano, o nei volti dei disperati che attraversano il Mediterraneo sui gommoni (che non di rado affondano con le tragiche conseguenze che sappiamo)… Non riesco a vederci Gesù Cristo in loro…”. Ma chi pretende che tu lo veda? Avete sentito la parabola: nemmeno i giusti – cioè quelli che hanno fatto ciò che era necessario e urgente fare – nemmeno loro ci vedevano Gesù Cristo… “Quando mai, Signore?”… chiedono. E lui: “Ero io… anche se non mi vedevate, l’avete fatto a me”.

Eh, di questi tempi, questa pagina di vangelo dovrebbe essere letta e proclamata più spesso nella nostre chiese, perché ci sono cristiani praticanti che non l’hanno imparata ancora bene. E allora a questi cristiani andrebbe rivolta questa domanda: “Voi siete praticanti… tutte le Domeniche a Messa… Ma siete anche credenti?”. (Di solito si distingue tra credenti praticanti e credenti non praticanti; eh no, ormai occorre distinguere anche tra praticanti credenti e praticanti niente o poco credenti, perché chi ignora o rifiuta questa pagina di vangelo (che sarà materia dell’ultimo esame) non può dirsi credente in Gesù Cristo. Il nostro Vescovo l’ha ribadito a chiare lettere nei giorni scorsi (e proprio in base a questa pagina di vangelo): “Chi dimentica il malato e il povero, chi dimentica il migrante, dimentica Dio”.

Non basta predicare “accoglienza”:

occorre denunciare le cause che provocano le migrazioni.

La Bibbia però non si limita a raccomandare l’accoglienza, Gesù Cristo non si accontenta di dire che nei bisognosi è presente lui stesso. Sia i profeti dell’Antico Testamento, sia lo stesso Gesù Cristo, mettono a nudo la menzogna, la malvagità, lo sporco interesse di quei pochi o tanti che con le loro imprese producono folle e moltitudini di bisognosi…

“Guai a voi che opprimete i poveri, che li depredate di quel poco che hanno… Le vostre mani grondano sangue!” grida Isaia ai responsabili del suo tempo.

Il cristianesimo non si limita a raccomandare l’accoglienza. Denuncia a chiare lettere il male che è la vera causa di certi fenomeni problematici. Oggi la Chiesa rischia di insistere quasi esclusivamente sul dovere dell’accoglienza, dimenticando l’altro suo dovere, che è la denuncia delle cause che provocano le migrazioni: in tal modo si rischia di allargare sempre più il baratro tra chi accoglie e chi rifiuta, e molta gente continua a guardare col prosciutto sugli occhi a questo fenomeno. No, come cristiani (oltre che come “umani”) abbiamo anche il dovere di far aprire gli occhi a chi continua a non vedere, o a non voler vedere. Cosa intendo dire parlando di denuncia delle cause? La maggioranza di quelli che noi chiamiamo migranti, fuggono da violenze, da guerre, da dittature sanguinarie. Una minoranza invece è alla ricerca di un tenore di vita più dignitoso: “migranti economici” vengono definiti.

Perché li facciamo arrivare?

Si dice e si ripete con apparente buon senso: “Ma non possiamo accogliere tutti!”. Il che è vero, ma è una mezza verità; perché? Perché all’affermazione “non possiamo accogliere tutti” si dovrebbe sempre ribattere con questa domanda: “Ma allora… perché li facciamo arrivare?”. Eh, sì…siamo noi (noi italiani, noi europei, noi Occidente) che li facciamo arrivare. I migranti economici, ad esempio, quelli che fuggono dalla povertà…

Grazie ai satelliti, ormai, certi canali televisivi arrivanoi in tutto il mondo (si vedono anche nei Paesi africani più poveri), e i canali televisivi (italiani in particolare) abbondano di spot pubblicitari che presentano l’Occidente (e l’Italia in ispecie) come il “paese dei balocchi”. Questi spot sono come calamìte, come “specchietti per le allodole”: non si devono esporre specchietti per le allodole e poi lamentarsi perché le allodole abboccano. Ecco perché siamo noi che li facciamo arrivare.

Due realtà che crescono insieme:

commercio delle armi e arrivo di profughi e rifugiati

La maggioranza però sono profughi o rifugiati che scappano da guerre e violenze e dittature sanguinarie. Ma le guerre non si combattono … con gli stuzzicadenti, ma con le armi; le violenze non sono a sassate, sono a suon di bombe che esplodono… E da dove arrivano le armi, gli ordigni modernissimi e micidiali? Dai nostri Paesi Occidentali, Italia compresa. Il commercio delle armi è l’unico che non conosce crisi. Il fatturato della vendita di armi da parte dell’Italia nell’anno 1914-1915 era di quasi tre miliardi di Euro; l’anno dopo era triplicato: più di 8 miliardi. Nel 1917 (già sotto il precedente governo) era di oltre 10 miliardi. Poco più d’un mese fa’ ad Abu Dhabi (capitale degli Emirati Arabi in Medio Oriente) è stata fatta l’esposizione internazionale delle armi da guerra: l’italia era rappresentata da 30 aziende diverse. Il sottosegretario al Ministero della Difesa vi si recò e nell’intervista ai giornalisti disse che “Il mercato delle armi è un business da sfruttare al massimo. Anche questo vuol dire fare politica, quella buona, e gli interessi dell’Italia». Ciò vuol dire che il fatturato in armi (già alto con il precedente governo), con l’attuale è destinato a crescere ulteriormente. E con il fatturato cresceranno i profughi, i rifugiati, perché la gente del Medio Oriente non sta lì ad aspettare le bombe che cadono dal cielo: scappa, se può… Infatti i principali partner commerciali dell’Italia sono l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e i Paesi del Centr’Africa: paesi che ufficialmente non sono in guerra (la costituzione italiana non consentirebbe di vendere armi a paesi in guerra). L’Arabia Saudita e gli Emirati arabi distribuiscono poi le armi acquistate ai rivoltosi dello Yemen, ad AlQaida, al Daèsh o Isis che si dica. A questo punto, come meravigliarsi se le bombe nello Yemen (notizie di poco tempo fa’) cadono su bambini di un parco giochi facendo strage, o su una casa di sei persone dove c’è una donna incinta e 4 bambini… (tutti uccisi) e, guarda caso, sul luogo si rinvengono poi resti di bombe e un anello di sospensione con il marchio di fabbrica “Italia”? Il parlamento europeo ha emanato tre risoluzioni per esortare gli stati membri a non vendere armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi, perché è provato che provocano crimini di guerra a danno di persone inermi. L’Italia ha completamente disatteso queste risoluzioni.

A questo punto penso non ci sia bisogno di spiegare quella domanda: “Perché li facciamo arrivare i rifugiati e i profughi?”. Quando sentirete ripetere quell’affermazione “Non possiamo accogliere tutti” sarà opportuno e doveroso che rispondiate anche voi con quella domanda “Perché allora li facciamo arrivare?”. Io ho detto alcuni motivi, ho riportato alcuni dati… cercate di ricordarne almeno qualcuno, perché noi cristiani non possiamo limitarci a predicare accoglienza; noi dobbiamo anche denunciare le menzogne e i commerci criminali che hanno grandi responsabilità nel creare folle di disperati che chiedono accoglienza e troppe volte trovano solo rifiuto.

Ricordiamoci che questa comunque sarà la materia d’esame sulla quale tutti saremo giudicati da Gesù Cristo, quando avremo varcato l’ultima frontiera.

Percentuale di profughi e rifugiati ogni 1000 abitanti nei vari Paesi

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite

(dati giugno 2018)

 

 

Numero rifugiati Ogni 1000 abitanti
Turchia 3.480.348 43,6
Svezia 240.962 24,1
Malta 8.000 17,4
Austria 115.263 13,1
Germania 970.365 11,8
Norvegia 59.236 11,3
Svizzera 82.681 9,8
Danimarca 35.672 6,2
Olanda 103.860 6,1
Francia 337.177 5,0
Belgio 53.199 4,7
Serbia 27.913 4,0
Finlandia 20.805 3,8
Grecia 32.945 3,1
Italia 167.335 2,8
Regno Unito 121.837 1,9