Chiara, una donna povera

Pubblicato giorno 15 settembre 2018 - ARTICOLI DEL BLOG, S. Chiara d'Assisi

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“Il regno dei cieli il Signore lo promette e dona solo ai poveri, perché quando si amano le cose temporali si perde il frutto della carità”. Queste parole di s. Chiara, tratte dalla prima lettera a s. Agnese di Praga, ci conducono nel cuore della sua spiritualità. Nelle righe che precedono il testo citato, la madre delle sorelle povere, dopo essersi congratulata per la scelta di Agnese, intesse un inno alla povertà che svela il suo segreto soltanto se compreso nella chiave nuziale che gli è propria.

Lo sposo infatti è il Crocifisso povero e unirsi a Lui vuol dire abbracciare tutto quello che Egli ha scelto, gioire del suo amore che ha voluto abbassarsi fino alla condizione della creatura.

La parola evangelica che compendia e da senso alla scelta della povertà è la prima beatitudine, quella dei poveri. In essa infatti Gesù presenta se stesso e ci indica nella sua sequela la possibilità di diventare quei piccoli ai quali appartiene il regno dei cieli.

Ma nel versetto citato Chiara scende a una dimensione concreta della vita che allontana da Lui: l’amore per le cose temporali. Mettere il proprio cuore in ciò che passa, è effimero e può essere soltanto uno strumento dei cui servirsi nel cammino della vita, in definitiva distrugge quella che conta sopra tutto: la carità.

Perché la ricerca del proprio interesse personale ad ogni costo, calpestando i diritti degli altri, chiude gli occhi e il cuore di fronte al fratello. Chi ci vive accanto diventa un nemico da combattere, qualcuno che può portarmi via qualcosa. Di qui nascono l’odio e la violenza, il sopruso sui più deboli e la scalata al potere. Così il mondo diventa una terra bruciata in cui è difficile vivere, perché occorre continuamente difendersi avendo perduto l’orientamento.

Solo se si scopre il Dio dell’amore, che è carità, gratuità che continuamente si effonde, si acquista il giusto senso dei valori. Allora ogni uomo è fratello e donare amore è la ragione fondamentale della vita. Le cose temporali ritrovano le loro dimensioni relative e secondarie, anzi si fanno esse stesse dono d’amore quando sono condivise, quando si diventa capaci di vivere dell’essenziale perché anche il prossimo abbia il necessario alla vita.

È Lui – ci dice il Papa Benedetto XVI nel suo messaggio per la Quaresima – la rivelazione più sconvolgente dell’Amore di Dio, un amore in cui eros e agape, lungi dal contrapporsi, si illuminano a vicenda. Sulla croce è Dio stesso che mendica l’amore della sua creatura: Egli ha sete dell’amore di ognuno di noi. L’apostolo Tommaso riconobbe Gesù come “Signore e Dio” quando mise la mano nella ferita del suo costato. Non sorprende che, tra i santi, molti abbiano trovato nel Cuore di Gesù l’espressione più commovente di questo mistero di amore. Si potrebbe addirittura dire che, la rivelazione dell’eros di Dio verso l’uomo è, in realtà, l’espressione suprema della sua agape. In verità, solo l’amore in cui si uniscono il dono gratuito di sé e il desiderio appassionato di reciprocità infonde un’ebbrezza che rende leggeri i sacrifici più pesanti. Gesù ha detto “quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. La risposta che il Signore ardentemente desidera da noi è anzitutto che noi accogliamo il suo amore e ci lasciamo attrarre da Lui. Accettare il suo amore, però, non basta. Occorre corrispondere a tale amore ed impegnarsi poi a comunicarlo agli altri: Cristo “mi attira a sé” per unirsi a me, perché impari ad amare i fratelli con il suo stesso amore”.