“E’ Lui che cerca noi” – Intervista di Vita Trentina a sr. Maria Anastasia

Pubblicato giorno 1 febbraio 2018 - ARTICOLI DEL BLOG, Chiesa di Trento, Vocazioni

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Il numero del nostro settimanale diocesano, Vita Trentina, uscito oggi (1 febbraio 2018) riporta, in occasione della Giornata della Vita Consacrata che si celebrerà domani, l’intervista di Antonella Carlin alla nostra sr. Maria Anastasia. Buona lettura!

Dal sito di VITA TRENTINA

La testimonianza – Per la festa della Vita Consacrata a colloquio con suor Anastasia

“E’ Lui che cerca noi”

Per la festa della Vita Consacrata a colloquio con suor Anastasia: da non credente una costante ricerca l’ha portata alla professione nelle Clarisse.

Parole chiave: clausura (13), vita consacrata (62), clarisse (17)

Per la festa della Vita Consacrata a colloquio con suor Anastasia, 51 anni: da non credente una costante ricerca l’ha portata alla professione nelle Clarisse

“Giorno dopo giorno impari a vivere la clausura come un dono e come risposta di amore, la rinuncia del superfluo per arrivare all’essenziale”

 

Oltre la grata del parlatorio, il calore di un sorriso e la storia di una conversione autentica. Mai Sonia Zampieri avrebbe immaginato di diventare suora a 41 anni, meno ancora di entrare in un convento di clausura. Da operaia alla Luxottica per vent’anni, con la passione per il teatro e i viaggi, cresciuta non credente “ma in costante ricerca di qualcosa che le mancava”, oggi la 51enne bellunese è suor Anastasia. Nome che significa risurrezione, “rinata a nuova vita”. Alla vigilia della Giornata mondiale per la Vita consacrata, dentro il silenzio del monastero di San Damiano di Borgo Valsugana, ci racconta (con il “tu” della semplicità) il cammino spirituale che l’ha portata lo scorso 8 dicembre a pronunciare il suo “sì, per sempre” nell’Ordine delle Clarisse. Nulla di casuale. La scintilla scocca con la scomparsa, per un male incurabile, di suo fratello Virgilio. “Un uomo di grande fede che ha vissuto il dolore della malattia senza alcun lamento – ricorda con commozione – ero accanto al suo capezzale morente, quando all’improvviso ho percepito, come folgorata, il mistero della salvezza, che la vita e la morte senza Gesù Cristo non hanno alcun senso. Ho sentito crescere in me forza, pace, serenità per affrontare il lutto con fede e speranza”. Affiancata da don Francesco, caro amico del fratello, suor Anastasia inizia così il suo percorso sulle orme della vita di Gesù, riscoprendo il dono della fede smarrita nell’incessante inquietudine, che fino ad allora l’aveva condotta altrove.

Perché hai sposato proprio il carisma delle Clarisse?

Le clarisse nel convento di San Damiano a Borgo Valsugana.

Le clarisse nel convento di San Damiano a Borgo Valsugana.

Mi ha colpita la dimensione del silenzio, vissuto come dono, scandito dai tempi della preghiera, mista di azione e contemplazione, in un rapporto dialogico e di fiducia con Gesù Cristo che si allarga all’intera umanità. La relazione profonda col Padre ci apre alla carità e spalanca il cuore ai fratelli.

Come rispondi a chi pensa che la vita monastica sia monotona e isolata dal mondo?

Oh no! E’ vissuta in pienezza, nella semplicità dei gesti quotidiani, nella fraternità e condivisione; alla liturgia delle ore si alternano momenti ricreativi e di lavoro, come la cura dell’orto, il ricamo di una stola o altri paramenti per l’altare, l’ascolto di chi cerca conforto… il mondo lo portiamo dentro di noi, nel silenzio delle nostre preghiere.

Come ha reagito la famiglia alla tua scelta radicale?

Ho custodito la mia vocazione per un lungo periodo prima di comunicarla alle mie sorelle – mamma e papà non ci sono più – provocando in loro un turbamento iniziale, preoccupate per una scelta così radicale in età tardiva. Ma poi hanno capito che la mia era una decisione consapevole.

E le tue amicizie?

Sono rimaste sconcertate, c’è chi ha perfino scommesso che avrei resistito al massimo 9 mesi, chi ha cercato di dissuadermi in ogni modo, convincendomi che fossi vittima di un lavaggio di cervello oppure in fuga dalla realtà, qualcuno si è pure arrabbiato…

E tu? Come reagivi?

Con serenità. Da allora sono passati 9 anni, sono ancora qui, crescendo passo dopo passo verso Cristo con le mie consorelle. E alcune amiche del passato vengono a trovarmi.

Non avverti mai il peso delle rinunce?

Certo, il cammino di discernimento ha comportato delle sofferenze, la fatica di passare dalla vita caotica al silenzio, ma giorno dopo giorno impari a vivere la clausura come un dono e come risposta di amore, la rinuncia del superfluo per arrivare all’essenziale, che per noi monache è Dio.

Cosa ti manca della tua vita di prima?

La quotidianità degli affetti familiari e le escursioni in montagna, ascoltare il suono di un torrente, l’essere immersa nella natura che è una forma di preghiera e di riconciliazione.

Dal giorno della consacrazione puoi già fare una sorta di “bilancio”?

In verità sarei ancora in luna di miele…(arrossisce con dolcezza, ndr). Dopo il “sì per sempre”, come accade nel matrimonio, sento crescere un forte e incondizionato senso di responsabilità e fedeltà. Nella comunità, poi, mi sento più coinvolta ed integrata.

Attese?

Non ho attese. Il mio presente e futuro sono in comunione con Dio, con le mie consorelle siamo qui per pregare e attendere che questo futuro avvenga nei migliori dei modi. Le aspettative le nutro nei confronti del mondo e nelle preghiere affinché siano incisive, fosse anche per un solo essere umano.

Perché, secondo te, le vocazioni sono in calo?

La società è complessa, competitiva, corre veloce, la vita è piena di impegni e distrazioni, tutto è a portata

di mano, troppi file nella testa a cui attingere. Per cui in questa frenesia si rimane in superficie, diventa faticoso, fa paura mettersi in ascolto di se stessi. Bisogna invece avere il coraggio di dire dei “no”, nel silenzio risvegliare le nostre coscienze.

Che visione del mondo esterno c’è dentro il convento?

Non abbiamo la televisione, ma leggiamo i giornali. Ci colpiscono la sofferenza di chi scappa da guerre e miseria, la crisi economica, la precarietà del lavoro dei giovani… Personalmente provo un senso di impotenza, colmata dall’enorme forza della preghiera vissuta come amore e apertura verso Cristo, ma anche dalla buona volontà di tanta gente, volontari, associazioni.

Che cosa ci insegna oggi l’esperienza di san Francesco e, quindi, della sorella Chiara?

La necessità di tornare alla semplicità, che non significa privarsi di tutto o di dover fare esperienze mistiche, ma di recuperare il contatto con l’umanità e non quello che gira intorno ad essa. Oggi prevalgono lo scoramento, l’insicurezza, l’indifferenza, troppe porte chiuse.

E chi bussa alla porta del monastero?

Adulti, famiglie, ragazzi in preparazione per la comunione o la cresima. Un desiderio li accomuna: quello di essere ascoltati. La grata non divide, anzi, permette di esporsi, di far conoscere quella parte intima che difficilmente si confida ad altri, è un incontro di cuori.

La tua esperienza cosa può dire ad un giovane alla ricerca di un senso nella propria vita?

Di continuare a cercare, è l’unico modo per trovare qualcosa mentre se ne sta cercando un’altra, come è capitato a me. Dio ci sorprenderà! E’ Lui che cerca noi, è paziente nell’attesa che si apra la porta per entrare.

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