Fare esperienza di comunione – omelia di p. Mauro Giuseppe Lepori per il santo Natale 2025

Pubblicato giorno 26 Dicembre 2025 - ARTICOLI DEL BLOG, Il Vangelo di oggi

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Notte di Natale
Abbazia di Hauterive – 25 dicembre 2025

Letture: Isaia 9,1-6; Tito 2,11-14; Luca 2,1-20
«Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un
Salvatore, che è Cristo Signore!» (Lc 2,11)

I poveri pastori non dovevano conoscere il profeta Isaia. Sicuramente non capirono che l’annuncio dell’angelo faceva eco alla sua profezia: «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Is 9,5). Ma per loro l’annuncio profetico non è più necessario: è Gesù stesso che si annuncia, che entra nella loro vita e chiede alla loro vita di entrare nella Sua.
Gesù entra nella loro vita in modo così concreto, con tale verità, che i pastori lo trovano disteso in una mangiatoia per il bestiame, come quelle che i pastori riempiono di fieno nelle grotte della loro regione per le pecore che custodiscono.
Per loro è come se il Figlio di Dio entrasse nella loro stessa casa, o nei poveri rifugi dove trascorrono le notti di maltempo. È come se Cristo anticipasse per loro ciò che un giorno dirà a un grande peccatore di Gerico: «Zaccheo, (…) oggi devo fermarmi a casa tua!» (Lc 19,5).
Ma perché il Figlio di Dio fa questo? Ha scelto i pastori, sceglierà Zaccheo e i pubblicani, come sceglierà Marta, Maria e Lazzaro, per mostrare a tutti, ricchi e indigenti, grandi e piccoli, santi e depravati, che ha compassione di noi.
Compassione di cosa? Della nostra solitudine.
Sì, siamo soli! I pastori sono soli, Zaccheo è solo, e tutti gli uomini e le donne del mondo sono soli.
«Ma, insomma – potremmo obiettare tutti – non bisogna esagerare! Abbiamo le nostre famiglie, i nostri amici, i nostri confratelli, i nostri colleghi, siamo circondati da tanta gente, questa notte usciamo da un bel cenone di Natale in compagnia dei nostri parenti e amici… Non siamo poi così soli!» D’accordo! Ma anche i pastori, anche Zaccheo, persino Maria e Giuseppe, anche la Samaritana o Nicodemo, il centurione o il buon ladrone, non sapevano, non pensavano di essere soli prima del giorno in cui un annuncio risuonò nella loro vita, nel loro cuore: «Vi è nato un Salvatore; un Bimbo è nato per voi! È qui per voi, per te! Viene a colmare la tua solitudine, quella che porti dentro di te da sempre,
ma che hai tanto ingannato, eluso, riempito di tante relazioni, incontri o cose, senza mai riuscire a saziarla.»
I pastori, nelle lunghe notti stellate della Palestina, dovevano comunque provare quella solitudine, perché quelle notti, quei silenzi, quegli spazi infiniti e senza volto, loro non potevano sfuggirli, non potevano ingannarli. Erano troppo poveri per potersi permettere il lusso di eludere l’appuntamento del loro cuore con la sua vera solitudine.
Una frase di Fratel Roger di Taizé risuona sempre in me dai tempi della mia lontana giovinezza monastica: «Mi accingo a vivere da uomo che conosce la sua parte ineluttabile di solitudine» (Ta fête soit sans fin, Taizé 1971, p. 147). Nella notte del primo Natale, quando apparve «una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama!”» (Lc 2,13-14), fu come se davanti agli occhi stupiti dei pastori si svelasse la vera bellezza del cielo: non un’infinità di stelle perse nel buio del firmamento, ma una gioiosa comunione, la comunione degli angeli che rifletteva su di loro l’amore di Dio, la gloria amorevole della Trinità.
Che sorpresa: in Cielo non c’è solitudine! Non tanto perché gli esseri celesti sono innumerevoli, ma perché sono tutti uniti nell’amore di Dio.
Ma una volta finito lo spettacolo, i pastori avrebbero potuto sentirsi ancora più soli. Immaginate il silenzio dopo aver ascoltato il canto di migliaia di angeli!
Immaginate l’oscurità dopo essere stati abbagliati dalla luce del Cielo! Nessun angelo rimane con loro per consolarli nel loro isolamento, nella loro esclusione. Ma gli angeli sanno che il cuore dell’uomo soffre di una solitudine che solo Dio può consolare. Gli angeli sono innumerevoli eppure mandano i pastori da un solo bambino, povero come un figlio di pastori. Lui è già lì, è a casa loro, nella loro dimora di paglia, letame e povertà. Gesù regna già sul regno della loro solitudine.
Allora corrono incontro a Lui, assetati di consolazione. Entrano e vedono. Una mamma distesa, stanca del parto; Giuseppe indaffarato a sistemare come meglio può l’alloggio improvvisato… E Lui! Il Bambino! Non c’è che questa piccola famiglia che vive nell’indigenza il momento della sua più grande gioia. Miriadi di angeli sono venuti ad attirare i pastori verso di Lui, e nessuno, tranne questa giovane
coppia, sta presso il Bambino?
I pastori vedono la solitudine di Gesù. È come la loro, come quella di tutti gli uomini, di tutti i cuori. Il Figlio di Dio è solo per compassione della nostra solitudine. Vive un’immensa solitudine che ci aspetta, che ha bisogno di noi, della nostra compagnia, del nostro sorriso, delle nostra lacrima di compassione. Cristo ha bisogno della mia solitudine per unirla alla Sua e farne una dimora di comunione, di amicizia, di amore. Non è nemmeno stretto al seno di sua madre. È solo, solo nella mangiatoia, come un giorno sarà solo sulla croce, solo nella tomba.
Entra nella mia solitudine, la fa tutta Sua, la rende tutta nostra con Lui, la nostra condivisione più intima, il tempio santo del nostro incontro. Lui mi consola e io consolo Lui. Lui è con me e io sono con Lui. Lui è il mio Emmanuele, io divento il Suo. Il Dio-con-noi è consolato dall’uomo-con-Dio.
Ma questo scambio di solitudini consolate non è un circolo chiuso. La solitudine di Cristo è un abisso senza fondo. Gesù è solo, solo senza tutti coloro che non sono ancora con Lui. Lui è con noi; noi non siamo ancora tutti con Lui. Egli ha sete di salvare la solitudine di tutta l’umanità. La consolazione che ci dona scava allora in noi un abisso di compassione che ci rimanda, come i pastori, verso tutta la solitudine umana che attende sempre e ovunque, e con ogni mezzo, di ricevere lo stesso annuncio: «Oggi (…) è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore!».

Fr. Mauro-Giuseppe Lepori, abate generale OCist

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