«La vita è bella» Lettera pastorale dell’arcivescovo Lauro

Pubblicato giorno 18 agosto 2017 - ARTICOLI DEL BLOG, Chiesa di Trento

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Li attendevano in campo, non vi sono più tornati. Hanno gettato la spugna prima dello scadere del tempo. Troppa la frustrazione nel mettersi ancora in gioco. E noi, smarriti, a dirci: nemmeno un cenno, nulla che potesse far presagire l’epilogo. Tanti, troppi allenatori distratti. O compagni di squadra intenti a osservare le punte dei propri scarpini, senza accorgersi di altri piedi, infortunati e dolenti.

In questa nostra terra contiamo ogni anno l’equivalente di quasi quattro squadre di calcio, uomini e donne, che decidono volontariamente di terminare prima la partita della vita e non risalire dagli spogliatoi. Provo a ricostruirne idealmente i volti. Vorrei parlare a ciascuno di loro. Vorrei chiedere scusa a nome di una comunità che forse non ha saputo fare squadra, non ha giocato d’insieme, s’è lasciata sedurre dai talenti solitari.

SOFFERENZA E SENSO – Attorno al mistero di chi, in una deliberazione estrema, spegne la propria esistenza terrena, non deve regnare solo il silenzio rispettoso. Un uomo, la cui moglie s’è tolta drammaticamente la vita, mi ha scritto di recente: “Non è facile parlarne, ma non parlarne, l’accumulo del non-detto, è certamente peggio”.

“Perdonami, per non essere stata capace di colmare quel vuoto che ti portavi dentro da lontano”, ha detto coraggiosamente la mamma di un ragazzo, suicida a soli sedici anni, il giorno del suo funerale.

Si dovrebbe ripartire, credo, da quel “vuoto da colmare”. La proposta rappresenta un capovolgimento delle nostre logiche, introduce l’ipotesi che la via per colmare il vuoto sia farsi carico del vuoto dell’altro.

Amare è vivere con l’altro e per l’altro, non solo per se stessi. È come un movimento di alta pressione, che si allontana dal proprio centro verso l’esterno per portare cielo sereno e temperature più miti. Il contrario di un ciclone di bassa pressione che converge al proprio interno e causa cattivo tempo.

Anche la mia agenda di vescovo fa i conti col vuoto. Il rischio è considerare i tanti appuntamenti come un succedersi di eventi casuali e formali, dimenticando di avere davanti persone e non il “problema” che esse rappresentano o raccontano.

VIVIAMO DI RELAZIONE – In questo primo anno d’episcopato ho insistito sul valore imprescindibile della relazione nella nostra vita. Mi ha molto colpito la recente riflessione di un pensatore trentino che si ripromette di colmare un deficit di pensiero, a suo giudizio, sull’atto iniziale della nostra vita. Prima ancora di venire al mondo, è fondamentale la “relazione primaria” nel grembo della madre. “Comprendiamo – spiega – che la relazionalità per noi uomini non è un optional, o una scelta di tipo morale. No, è esistenziale. C’è un radicamento affettivo che ci porta a percepirci non come un io autosufficiente, ma come bisognosi di relazioni. Come se cercassimo di essere di nuovo quello che siamo stati nel grembo della madre”. L’altro, fin dal grembo materno, è mio cordone ombelicale, linfa vitale, prospettiva di futuro.

In questo nostro tempo dominato dal “post” – post-verità, post-coscienza, come anche l’incipit del verbo “postare”, prassi digitale di chi abita il mondo dei social – il rischio è non abitare la relazione, ma essere sempre “altrove”.

Salutari, ancora, le parole di quella mamma ai compagni di classe di suo figlio: “Diventate protagonisti della vostra vita e cercate lo straordinario. Straordinario è mettere giù il cellulare e parlarvi occhi negli occhi. Straordinario è avere il coraggio di dire alla ragazza ‘sei bella’, invece di nascondersi dietro a frasi preconfezionate”. Rivolgendosi quindi ai genitori, diceva: “Parliamoci. Parliamoci prima che sia troppo tardi. Parliamoci perché certe sfide educative nessuno può vincerle da solo. Non c’è vergogna se non nel silenzio: uniamoci, facciamo rete. La domanda vera non è perché, ma come possiamo aiutarci”.

FELICITÀ E AMORE, PROMESSE PER D’ETERNITÀ – il flop economico dell’ultimo decennio e l’escalation di guerre e violenza, letti da uomini e donne abituati a pensarsi solo nel presente, ha portato a considerarci perennemente in crisi, facendoci perdere memoria di un recente passato non meno drammatico, non meno insanguinato. Se questa fase è motivo di depressione, cos’erano quegli anni? Eppure si è sperato nella rinascita e si è dato vita alla ricostruzione.

Da dove ripartire? Dalla consapevolezza che non ci può essere spazio alla risalita per soggetti “fai da te”. Solo insieme possiamo recuperare l’“humus umano” più autentico: “Invitare al piacere di vivere, riscoprire che si è fatti per la felicità, ma anche che la prima felicità è proprio il fatto stesso di vivere, di vivere in pienezza tutte le dimensioni della vita, curando lo sviluppo di tutte le nostre capacità o potenzialità di vita”.

Perché correre il rischio di andare oltre se stessi? Quale futuro per gli uomini del “noi”?

La risposta sta nella natura stessa dell’amore. Esso varca le soglie della morte come spesso il testo biblico ci ricorda: “Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo” (Ct 8,7).

Ho sempre contemplato l’amore come prova che la vita vince la morte. È anche quello che cerco di ripetere a chi affronta la morte inattesa, innocente, la più dolorosa: quella di un figlio. Come si può parlare di una vita bella a chi perde ciò che ha di più caro, a chi subisce il dolore più lacerante come il sopravvivere al proprio figlio, al proprio futuro? Vi è solo una risposta: l’amore. Chi investe in amore investe in una bellezza senza tempo. Nulla può impedire o moderare la sofferenza del distacco. Tuttavia, l’amore, proprio con il suo indicibile carico di dolore, smentisce che sorella morte decida la fine dei nostri rapporti.

GESÙ DI NAZARETH, LUCE VITALE – Colui che per primo ha vinto la morte, lo ha fatto solo grazie all’amore. La liturgia della Veglia pasquale, cuore della fede cristiana, lo esprime con un’efficace simbologia: il cero acceso al fuoco benedetto rappresenta Cristo. Ad esso attingono via via le candele di ogni fedele. La luce s’espande nel passaggio di mano in mano e la rete si amplia in funzione della disponibilità di ciascuno ad alimentarsi al fuoco dell’altro e, a sua volta, farne dono. Non ce ne faremmo nulla di un cero, per quanto luminoso, che avesse la pretesa di fare luce per tutti. A poco servirebbe la nostra piccola luce se non fosse il tramite fondamentale per far propagare quel fuoco. Gesù di Nazareth è la luce che si offre agli altri non con l’invadenza della propria fiamma. Non è il modello dell’“uomo che non deve chiedere mai”, come recitava una vecchia pubblicità, bensì dell’uomo che non può vivere senza chiedere agli altri.

Il Dio cristiano non s’impone. Domanda di essere ospitato nel grembo di una donna, Maria (Lc 1,26-38). Trascorre la maggior parte della vita in mezzo ai compaesani di Nazareth, lavorando come falegname accanto a suo padre, Giuseppe. Gioca con gli amici, s’attarda con loro nella piazza del paese. Non cammina da solo: inaugura la vita pubblica chiamando a sé dei compagni di strada (Mc 1,16-20). Non lascia questo mondo prima di aver condiviso con loro un’ultima cena. Il Dio cristiano s’appassiona, si commuove, prova l’emozione dell’amicizia, avverte perfino collera e paura. Gesù è uno di noi, in tutta la semplicità e la grandezza dell’essere uomini. La nostra umanità è il terreno su cui manifesta il suo essere Dio: ciò che è pienamente umano non è “altro” dal divino.

Gesù non abita il tempio, si pone sul sagrato. È il “Figlio dell’Uomo”. “Gesù ci ha salvati morendo in croce ‘per noi’, in perfetta continuità con il suo essere ‘vissuto per noi’ in terra, continua a salvarci con il suo essere per sempre ‘per noi’ presso il Padre e, con il dono del suo Spirito, è costantemente ‘per noi’ nel cuore degli uomini di ogni tempo e luogo che con fede lo accolgono”4. Ciò comporta un’adeguata comprensione della visione “sacrificale” della morte in croce di Gesù, il necessario superamento di quella interpretazione quasi commerciale del sacrificio della croce che una certa lettura teologica può aver indotto. Parlando ai giovani protagonisti del recente cammino “Passi di Vangelo”, facevo loro notare che il Crocifisso non documenta la freddezza e il cinismo del Padre che, per perdonare i peccati degli uomini, esige prima di essere risarcito delle offese ricevute, e perciò lascia morire suo Figlio. Il Crocifisso rivela invece l’affidabilità di Dio che ama sempre ogni uomo, senza chiedergli nulla in cambio, perché egli rimane sempre fedele al suo amore.

Ecco la “rivelazione”: Dio ama sempre senza condizioni. Di questa verità ogni comunità credente dovrebbe essere testimone diretta. Mi piace l’idea di una Chiesa che offre il perdono dicendo: io per prima sono stata perdonata. Una Chiesa che non esibisce grandezze e perfezione, ma solo prossimità, perché ha sperimentato sulla sua pelle di non essere stata respinta, ma sempre continuamente lavata e perdonata. Il volto di ciascuno di noi custodisce l’estasi e l’incanto di Dio per ogni uomo e ogni donna. La nostra vocazione è custodire e fare memoria, ad ogni uomo, della Chiesa del perdono5.

La spiritualità cristiana non può essere, dunque, un accessorio esterno che s’appiccica al dato umano. È, piuttosto, esaltazione della parte migliore dell’umano e mai può prescindere da esso. “Dall’incontro con il Signore me ne torno sempre più umano”, testimoniava Louis Pasteur.

LA BELLEZZA DELLA SOBRIETÀ – Il Dio di Gesù di Nazareth ci mostra la bellezza di una vita declinata nella sobrietà.

Sobrietà, anzitutto, come parola umile. Non s’afferma con la presunzione del soggetto, ma s’innesta come parte sussidiaria a comporre la frase, dandovi però senso compiuto. Un “io” senza complementi non ha alcun significato. Ecco allora la bellezza di una parola che non teme di ospitare altre parole. La bellezza di idee non assolute, fonte di pensiero articolato e conciliante al posto di slogan semplificatori e stroncanti.

Quanto di questa parola avrebbero bisogno il mondo politico e istituzionale, compreso l’ambito ecclesiale! Parola umile nello stile. Parola non vuota, ma abitata da concretezza e verità. Parola profetica, che motiva l’essere sobri oggi per iniziare a costruire fin d’ora, nel dono del discernimento, pezzi di futuro per i figli e i figli dei figli.

Sobrietà, come amore per i poveri. Un tempo, anche in epoca di grande povertà, le porte delle nostre case erano sempre aperte. Al viandante con la bisaccia vuota – vuota non solo di denaro, ma di un rifugio, una prospettiva di vita – non si negava un tozzo di pane e un bicchiere di vino, a costo di affamare qualche altra bocca a quella tavola. Non servono esempi concreti, per comprendere come potremmo attuare oggi, davanti a sfide che modificano il contesto sociale, la bellezza di una simile sobrietà. Di certo, chiudendo le porte non rispetteremmo la nostra storia, finendo per negare noi stessi. Non mi riferisco solo alla realtà dei migranti. Ma a quella povertà evocata da Francesco, con “il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro”. Povertà che fa da contraltare alla “ricchezza sfacciata che si accumula nelle mani di pochi privilegiati”. Una povertà da amare, soccorrere, incarnare. Poveri accanto ai poveri. Figli di una Chiesa povera per i poveri. Rammenta ancora Francesco: “Dio ha creato il cielo e la terra per tutti; sono gli uomini, purtroppo, che hanno innalzato confini, mura e recinti, tradendo il dono originario destinato all’umanità senza alcuna esclusione”.

Sobrietà, come inno alla lentezza. Ridiamo valore al tempo, non affanniamoci a saturare le nostre agende. Esse documentano un’esaltazione schizofrenica della velocità, dietro la quale si maschera però, il più delle volte, la nostra incapacità di trovare il coraggio di perdere tempo nella relazione con gli altri. “La sobrietà riscrive il rapporto con i fratelli, è valore relazionale”. Rinunciare all’accumulo di tempo occupato e retribuito, per liberare spazi di opportunità per gli altri, nella gratuità. Il creato, ben rappresentato nel racconto evangelico, contiene lezioni straordinarie: “La vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? (…) E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?”, chiede Gesù ai suoi discepoli. E propone due mirabili esempi: gli uccelli del cielo e i gigli del campo. I primi non seminano, né mietono, né ammassano nei granai eppure sono nutriti dal Padre; i secondi non lavorano e non filano, ma nessun re potrebbe vestire come loro (Mt 6, 24-34).

LA BELLEZZA DELLA NON – VIOLENZA – Nei giorni della Settimana Santa ho provato anch’io un sussulto al sentir chiamare “madre” una bomba. La maternità, base della vita-relazione, affiancata a uno strumento di morte. Un paradosso, emblematico però di quella diffusa apatia che impedisce di reagire a un mondo immerso nella violenza. Chi denuncia oggi, se non Papa Francesco, il commercio di armi? Chi alza il grido per lamentare l’assenza di pace? Chi più la invoca? “Occorre – scriveva il vescovo Tonino Bello, tra gli ultimi profeti di pace – una rivoluzione di mentalità per capire che la pace non è un dato, ma una conquista. Non un bene di consumo, ma il prodotto di un impegno. Non un nastro di partenza, ma uno striscione di arrivo. La pace non annulla la conflittualità. Non ha molto da spartire con la banale ‘vita pacifica’. Sì, la pace prima che traguardo, è cammino. E per giunta cammino in salita”. Torniamo a camminare sui sentieri ossigenanti della pace e della non-violenza. È l’unico modo per incontrare Dio, che si è fatto sentiero in Gesù Cristo, compagno dell’uomo con le sue domande e la sua capacità di ascolto. Per questo, l’esperienza cristiana sta sempre nel cammino, non nell’essere arrivati.

Non-violento è colui che non emette sentenze definitive, ma lascia sempre aperta la possibilità al cambiamento. Lo fa perché ha sperimentato su di sé tolleranza e perdono. Chiedo con forza alle nostre comunità cristiane di essere modelli di non-violenza. Non è un termine appannaggio del mondo laico.

Un bellissimo esempio ci viene da due testimoni della nostra comunità regionale, profeti di non-violenza, proclamati di recente “beati”: l’altoatesino Josef Mayr-Nusser e il trentino Mario Borzaga.

Entrambi sono morti giovani. Il primo, papà di famiglia, aveva 35 anni: si spense il 24 febbraio 1945 sul treno per Dachau, condannato a morte per aver rifiutato di giurare fedeltà a Hitler. Il secondo, prete missionario in Laos, ne aveva solo 27: cadde martire con il suo catechista Paolo a fine aprile del 1960, sotto i colpi dei guerriglieri Pathet Lao. Josef e Mario hanno lasciato molte testimonianze scritte. Le loro lettere e i loro diari sono un dono prezioso nel quale cogliamo tutta la dignità dell’essere uomini, capaci di lasciar parlare e di ascoltare la propria coscienza, scrigno di verità. Fino al punto da temere molto più il doverla tradire, piuttosto che perdere la vita stessa.

Pochi mesi prima di morire, Josef scriveva alla moglie Hildegard e al figlio Albert: “Tu sei una donna coraggiosa, una donna cristiana, e nemmeno i sacrifici personali che forse ti saranno richiesti, ti potranno indurre a condannare tuo marito, perché ha preferito perdere la vita, piuttosto che abbandonare la via del dovere. Qualunque cosa possa avvenire, ora mi sento sollevato, perché so che sei preparata e la tua preghiera mi darà la forza di non venir meno nell’ora della prova” (settembre 1944).

Mario Borzaga nel suo “Diario” parla di sé come uomo felice, pur senza sottrarsi alla possibilità del martirio, considerato quasi un passaggio obbligato. Un contrasto che ha fatto da filo conduttore della sua vita e così sintetizza: “Dobbiamo vivere lo strano paradosso della Croce insanguinata e della gioia che trabocca dalla Croce. (…) Ho scelto la croce come mia gioia… Dio è gioia perché è amore: è gioia pura il Cristo abbandonato del Calvario”.

Nella scelta non-violenta, Mayr-Nusser e padre Borzaga hanno agito con incredibile forza, decidendo in prima persona il loro destino, pur dovendo soccombere per volontà di altri. Hanno colto la bellezza della vita nell’amore della verità e del suo testimone più alto: Gesù di Nazareth, Figlio di Dio. La verità di un’esistenza che acquista valore nella misura in cui si percepisce come seme gettato nel solco della pace e dell’amore per i più poveri, come Josef e Mario hanno saputo essere. Un seme che non cresce per se stesso, ma germina solo nel terreno altrui.

VITA BENEDETTA – Mi sovviene il testo di una canzone, apprezzato inno laico alla vita, cantata quest’anno al Festival di Sanremo da una delle voci più amate in Italia: “Per quanto assurda e complessa ci sembri, la vita è perfetta. Per quanto sembri incoerente e testarda, se cadi ti aspetta. E siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta. A tenersela stretta. Che sia benedetta”.

Mi permetto, in modo un po’ provocatorio, di capovolgerne il finale: la vita da tenerci stretta non è la nostra, ma quella altrui. Se impareremo a tenerci stretta la vita degli altri, allora salveremo anche la nostra. Non temiamo le inevitabili tensioni reciproche, temiamo l’apatia così diffusa che è negazione della felicità, e temiamo l’incapacità di dirci “ti voglio bene”, di perdonarci, di ripartire. Temiamo di non avere nulla, al di fuori di noi stessi, per cui pronunciare quell’“I care”, quel “mi sta a cuore”, caro a don Milani, maestro nel proiettare l’attenzione al di fuori di noi, per cogliere negli altri e nell’Altro la vera ricchezza della vita.

ALTRI VOLTI – In una recente visita in una valle trentina ho conosciuto una giovane famiglia: papà, mamma e una figlia di 7 anni, Carlotta. La bambina è affetta da una patologia rara e senza cure efficaci, ma questo non toglie ai genitori la serenità per continuare ad osservarla come un dono prezioso. Mi rimane nel cuore il loro sorriso che non chiedeva miracoli, non recriminava, ma sussurrava semplicemente: “Preghi perché possa restare con noi il più a lungo possibile”.

Non dimenticherò mai il loro sguardo sereno, così come non dimenticherò mai gli occhi di Giulia. Desiderava fortemente ricevere il sacramento della Cresima, ma il suo fisico, ormai debolissimo, minato da una malattia inguaribile, le impediva di stare in chiesa, accanto ad amiche e amici. In quella casa non ho respirato rassegnazione o disperazione. Ma umanità e dignità. Sostenute da una fede adolescente, ma già matura. Giulia è rimasta in campo fino all’ultimo minuto della sua, troppo breve, partita. Il suo volto ora si riflette in quello dei genitori. Insieme, raccontano: la vita è bella.