Nel chiostro, sotto le piante. Introduzione – di don Giulio Viviani

Pubblicato giorno 23 settembre 2018 - ARTICOLI DEL BLOG, La preghiera, Vita consacrata e monastica

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Condividiamo con voi, suddividendolo in alcune “puntate”, il testo del ritiro che don Giulio Viviani ci ha predicato nel mese di settembre 2018: un prezioso approfondimento su un elemento dell’architettura monastica, il chiostro, nel quale, tradizionalmente, sono poste a dimora alcune piante “bibliche”.

 

INTRODUZIONE: LE PIANTE DEL CHIOSTRO

Mi avete lasciato libero di offrirvi una riflessione e allora, pensando a un monastero, mi è venuta in mente una cosa un po’ strana, legata, appunto, a un ambiente tipico della vita monastica: il chiostro! Di queste intuizioni, che ho elaborato a modo mio, sono debitore a un caro amico antropologo e teologo esperto qual è il Prof. Mons. Crispino Valenziano di Cefalù. Nella meditazione personale vorrei che vi fermaste soprattutto sulla Parola di Dio, che citerò con abbondanza; Parola che questo ambiente del chiostro con le sue piante evoca continuamente soprattutto per voi che ci vivete quotidianamente.

Il chiostro, com’era visto nell’antica tradizione monastica, era posto tra l’aula capitolare ad est, l’aula della lettura (delle lezioni, ecc.) ad ovest, l’aula del refettorio a nord e l’aula della chiesa a sud. Al centro del chiostro si trovava il pozzo o la fontana (che altre volte è nell’angolo di nord-ovest).

Quello su cui mi interessa fermarmi a riflettere con voi, offrendovi qualche suggestione biblica per la vostra personale contemplazione, sono le 4 piante previste secondo la tradizione al centro dei quattro rettangoli di prato. Quel “giardino”, infatti, è in genere quadripartito e scandisce le tappe della spiritualità monastica in quattro tempi:

  • a sud-est il giardino dell’Eden: luogo della creazione e spazio dei progenitori; con la pianta del FICO (Gen 3, 7);
  • a nord-est il giardino del Cantico dei Cantici: luogo dell’incontro dello Sposo con la Sposa; con l’albero del MELOGRANO (Ct 6, 11; 7, 13);
  • a nord ovest il giardino del Nuovo Testamento: luogo della Pasqua, del Getsemani (il luogo del torchio) e del sepolcro spalancato; con la pianta dell’ULIVO (Rm 11, 24);
  • e a sud-ovest il giardino dell’Apocalisse: luogo escatologico; con la PALMA (Ap 7, 9; cfr Sal 92, 13).

Le prime due sono piante dell’Antico Testamento; le altre due sono del Nuovo Testamento. Fico e ulivo sono piante “storiche”; melograno e palma sono piante “simboliche, metaforiche”. Sono poi piante tipicamente mediterranee che in alcuni casi nel Nord vengono sostituite con altre piante sempre verdi (pini, abeti, ecc.).

              Fermiamoci un momento sul significato della pianta, dell’albero, cogliendo subito la suggestione del primo dei Salmi del Salterio (testo ripreso anche da Ger 17, 5-8), che fa parte della vostra preghiera quotidiana e ci invita subito ad identificarci con l’albero, con la pianta, che deve avere buone radici, essere ben piantata e innaffiata adeguatamente per avere belle foglie e fiori e produrre buoni frutti:

Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte. È come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene. Non così, non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde; perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio né i peccatori nell’assemblea dei giusti, poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina”.

Secondo la lettura che ne dà la liturgia è interessante anche cogliere la suggestione di guardare a queste piante pensando subito all’albero della Croce. Ricordiamo quanto canta la liturgia del Venerdì Santo: “O Croce fedele, Croce della nostra salvezza, albero tanto glorioso, un altro non vi è nella selva di rami e di fronde a te uguale. Per noi dolce legno, che porti appeso il Signore del mondo”; e ancora: “O albero, fecondo e glorioso, ornato di un manto regale: talamo, trono e altare al corpo di Cristo Signore”. Ne accenna anche l’Apostolo Pietro (1Pt 2, 21-25) quando, guardando a Cristo in croce, scrive:

“Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia;

dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime”.

Sopra lo storico Crocifisso (opera di Sixtus Frey di Norimberga agli inizi del 1500) nel nostro duomo di Trento, si trova un bassorilievo di marmo bianco (opera attribuita a Cornelio van der Bek) che rappresenta il peccato di Adamo ed Eva sotto il famoso albero del paradiso terrestre. Sorprendentemente e significativamente il serpente sull’albero ha un volto umano! Come non ripensare davanti a questo straordinario accostamento tra l’albero del giardino dell’Eden e la Croce del Signore, alle parole della liturgia, da poco riascoltate, nel prefazio della festa dell’Esaltazione della Santa Croce, che non teme di identificare la Croce del Signore con un albero: “Nell’albero della Croce tu hai stabilito la salvezza dell’uomo”; e aggiunge: “Perché chi dall’albero venisse sconfitto, dall’albero traesse vittoria”. Dallo stesso testo latino è presa l’espressione che si trova nel cartiglio dorato sorretto dagli angeli sopra l’altare del duomo: “Ut unde mors oriebatur, inde vita resurgeret” (“Perché donde sorgeva la morte, di là risorgesse la vita”). Sotto il Crocifisso, purtroppo oggi nascosto dal successivo tabernacolo, si trova un cranio, a ricordare quanto afferma il Vangelo: “il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota” (Gv 19, 17; e anche Mt 27, 33; Mc 15, 22; Lc 23, 33), dove venne piantata la Croce del Signore. Luogo della sepoltura – secondo una tradizione – dello stesso Adamo, il primo uomo; il sangue di Gesù che cola dalla Croce, al corpo del Crocifisso va a ridare vita a quelle ossa morte. Anche per noi oggi nella Santa Eucaristia egli si offre come linfa vitale nel dono prezioso del suo sangue che, dopo la Comunione, scorre nelle nostre vene; come tralci attaccati alla vera vite (cfr Gv 15, 1-8) veniamo nutriti e rivitalizzati.

Lo stesso concetto di novità di vita e di storia – anche se in un piccolo segno quasi solo iniziale (non è ancora un albero!) – viene espresso particolarmente nella liturgia dell’Avvento con il simbolo del germoglio che spunta sul tronco di Iesse, secondo le parole delle profezie come in Isaia (11, 1):

“Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici”.

Un innesto divino su una radice quasi morta che rinnova il mondo e offre prospettive di futuro, non solo per il popolo della prima, antica e mai revocata, Alleanza ma anche per noi spesso ridotti ad alberi appassiti e sterili. Così anche Geremia (23, 5-6; e anche 33, 15):

“Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra. Nei suoi giorni Giuda sarà salvato e Israele vivrà tranquillo, e lo chiameranno con questo nome: Signore-nostra-giustizia”.

Significativo quello che il profeta Zaccaria (3, 8; 6, 17) afferma del Messia, chiamandolo così come un nome proprio: “Io manderò il mio servo Germoglio”!

Un’altra suggestione, guardando l’albero della Croce, viene dalle parole bibliche del Figlio di Dio, del Messia, di Gesù che ci invita a guardare a lui innalzato sulla Croce e al Cielo; due “elevazioni” che si collegano, si completano e ci parlano della vicinanza del Signore Gesù alla realtà umana nella Crocifissione e ancor più nella Ascensione al Cielo, da dove, portando con sé i segni della nostra povera umanità, è ormai per sempre più vicino ad ogni uomo e ogni donna del mondo e della storia:

  • Gv 3, 13-15: “Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”.
  • Gv 8, 28-29: “Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite»”.
  • Gv 12, 31-36: “«Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire. Allora la folla gli rispose: «Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo rimane in eterno; come puoi dire che il Figlio dell’uomo deve essere innalzato? Chi è questo Figlio dell’uomo?». Allora Gesù disse loro: «Ancora per poco tempo la luce è tra voi. Camminate mentre avete la luce, perché le tenebre non vi sorprendano; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce, credete nella luce, per diventare figli della luce»”.
  • At 2, 32-33: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».
  • At 5, 29-32: “Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono»”.

Non posso dimenticare che nel mosaico della cappella Redemptoris Mater in Vaticano, l’artista p. Marko Rupnik nell’aureola del Cristo morto in croce ha posto proprio la parola greca “fos”, luce! In quel momento di tenebra, su quell’albero di morte, torna a risplendere la luce del Risorto, che lo rende albero della Vita.

Le piante ci riportano, quindi, al paradiso terrestre, all’Eden, cioè allo stare con il Signore. Anche in questo caso, rivedo la simbologia del mosaico della Redemptoris Mater; significativamente quando il celebrante sta all’altare nasconde, fa scomparire  il cherubino che tiene chiusa la porta del “Paradiso” e nella celebrazione della divina Eucaristia tutti veniamo riammessi alla comunione piena con Dio, con la Trinità, con la Gerusalemme del Cielo, città giardino, ricca di piante verdi che accolgono i Santi.

 Anche per noi questa è esperienza viva e vera, tipica del monastero, ma anche di ogni comunità, raccolta in preghiera con il suo Signore. Quando noi entriamo in una chiesa, soprattutto nelle cattedrali romaniche e gotiche, siamo avvolti da una serie di colonne che in cima sono spesso “fiorite” (lo stesso avviene per i pilastri o i finti pilasti delle chiese rinascimentali e barocche) nei loro capitelli. Quelle sono vere e proprie piante simboliche e il nostro è uno stare con il Signore, un ritornare nel giardino dell’Eden con le sue piante, alla presenza e in compagnia del Signore.

Quando preghiamo nelle nostre chiese o viviamo nel monastero che ha al suo centro il chiostro, siamo anche noi come Adamo ed Eva nel giardino del paradiso terrestre con Dio (Gen 2, 8.15; 3, 8, ecc.); siamo anche noi con Gesù nel giardino dell’orto (podere) degli ulivi (Gv 18, 1-2); siamo anche noi con Maria Maddalena, le altre donne e gli angeli nel giardino del sepolcro (Gv 19, 41); siamo anche noi quella sposa nel giardino del Cantico dei Cantici (Ct 4, 16; 5, 1; 6, 2.11); siamo noi quel popolo nuovo con i rami di palma nelle mani (Ap 7, 9) nella splendida realtà (un giardino) del Cielo di Dio.

Ma fermiamoci anche noi un momento sotto ciascuna di queste piante del chiostro per identificarci e confrontarci con esse; per cogliere qualche suggestione dalla Parola di Dio e per verificare se ogni tanto sappiamo ancora fermarci a pensare (quanta fatica fa la gente oggi a fare un po’ di silenzio e a riflettere… anche quando cammina in montagna!). Domandiamoci se guardiamo all’albero della Croce e al suo Cristo, se siamo piantati presso il corso d’acqua della grazia di Dio per portare frutto.