Nel chiostro, sotto le piante. Sotto il fico – di don Giulio Viviani

Pubblicato giorno 30 settembre 2018 - ARTICOLI DEL BLOG, La preghiera, Vita consacrata e monastica

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        L’albero di fico è simbolo dello stesso popolo di Dio nelle pagine bibliche, come per esempio, nel capitolo 24 del libro del profeta Geremia (cfr anche 29, 17-18), dove si parla di due cesti di fichi buoni (i deportati di Giuda) e cattivi (i ribelli a Dio):

Il Signore mi mostrò due canestri di fichi posti davanti al tempio del Signore, dopo che Nabucodònosor, re di Babilonia, aveva deportato da Gerusalemme Ieconia, figlio di Ioiakìm, re di Giuda, i capi di Giuda, gli artigiani e i fabbri e li aveva condotti a Babilonia. Un canestro era pieno di fichi molto buoni, come i fichi primaticci, mentre l’altro canestro era pieno di fichi cattivi, così cattivi che non si potevano mangiare. Il Signore mi disse: «Che cosa vedi, Geremia?». Risposi: «Dei fichi; i fichi buoni sono molto buoni, quelli cattivi sono molto cattivi, tanto che non si possono mangiare». Allora mi fu rivolta questa parola del Signore: «Così dice il Signore, Dio d’Israele: Come si trattano con riguardo i fichi buoni, così io tratterò i deportati di Giuda che ho mandato da questo luogo nel paese dei Caldei. Poserò lo sguardo su di loro per il loro bene; li ricondurrò in questo paese, li edificherò e non li abbatterò, li pianterò e non li sradicherò mai più. Darò loro un cuore per conoscermi, perché io sono il Signore; saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, se torneranno a me con tutto il cuore. Come invece si trattano i fichi cattivi, che non si possono mangiare tanto sono cattivi – così dice il Signore –, così io tratterò Sedecìa, re di Giuda, i suoi capi e il resto di Gerusalemme, ossia i superstiti in questo paese, e coloro che abitano nella terra d’Egitto. Li renderò un esempio terrificante per tutti i regni della terra, l’obbrobrio, la favola, lo zimbello e la maledizione in tutti i luoghi dove li scaccerò. Manderò contro di loro la spada, la fame e la peste, finché non saranno eliminati dalla terra che io diedi a loro e ai loro padri»”.

         Un albero di fico a volte sterile e altre volte dai buoni e dolci frutti (cfr Ct 2, 13); un frutto di cui aver riguardo quando è “primaticcio” (Os 9, 10), usato anche come medicina (cfr Is 38, 21). Lo si descrive anche in quel bell’apologo del libro dei Giudici (9, 11):

«Dissero gli alberi al fico: “Vieni tu, regna su di noi”. Rispose loro il fico: “Rinuncerò alla mia dolcezza e al mio frutto squisito, e andrò a librarmi sugli alberi?”».

        L’apostolo Giacomo nella sua lettera (3, 7-12), con la sua concretezza e puntualità, in riferimento al saper dominare la nostra lingua, ci invita a portare frutti buoni e veri cioè autentici:

“Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dall’uomo, ma la lingua nessuno la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. Dalla stessa bocca escono benedizione e maledizione. Non dev’essere così, fratelli miei! La sorgente può forse far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce e amara? Può forse, miei fratelli, un albero di fichi produrre olive o una vite produrre fichi? Così una sorgente salata non può produrre acqua dolce”.

        In una pagina del Vangelo di Matteo (21, 18-22) Gesù compie un miracolo strano. Di solito i suoi miracoli sono sempre atti di amore e di salvezza; tranne in questo caso e in quello della moneta nel pesce (Mt 17, 27). Si tratta di un miracolo simbolico; Israele, noi, popolo senza fede, siamo quel fico sterile, che ha bisogno di essere scosso per rinascere nella fede, altrimenti è morto:

“La mattina dopo, mentre rientrava in città, Gesù ebbe fame. Vedendo un albero di fichi lungo la strada, gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: «Mai più in eterno nasca un frutto da te!». E subito il fico seccò. Vedendo ciò, i discepoli rimasero stupiti e dissero: «Come mai l’albero di fichi è seccato in un istante?». Rispose loro Gesù: «In verità io vi dico: se avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ciò che ho fatto a quest’albero, ma, anche se direte a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, ciò avverrà. E tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete»”.

Stare sotto l’albero di fico, alla sua bella e ampia ombra, è un simbolo dello stare bene, sicuri e tranquilli (1Re 5, 5; 1Mac 14, 12), ma anche del fermarsi a meditare o a spiegare la Parola di Dio (dolce come un frutto del fico), come quando Gesù vede e incontra Natanaele (o Bartolomeo) e lo riconosce come un ricercatore autentico e appassionato della verità (Gv 2, 43-51):

“Il giorno dopo Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: «Seguimi!». Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaele gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi». Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaele gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaele: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo»”.

Lo stesso fico, albero che parla di terra promessa (Nm 13, 23; Dt 8, 8) e di tempi messianici (Gl 2, 22), diventa richiamo e annuncio del Regno di Dio da riconoscere come presente e in avvio, nei suoi segni (Mt 24, 32-35):

“Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete tutte queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.

            Un albero che ci parla anche di fragilità di fronte alle tempeste e alle intemperie del tempo, ma anche della vita, del mondo e della storia (Ap 6, 13; anche Na 3, 12):

“Le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come un albero di fichi, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i frutti non ancora maturi”.

            Quando esso non produce frutti è segno di desolazione per tutto il popolo di Dio, come preghiamo con il cantico di Abacuc (3, 16- 19):

“Ho udito. Il mio intimo freme, a questa voce trema il mio labbro, la carie entra nelle mie ossa e tremo a ogni passo, perché attendo il giorno d’angoscia che verrà contro il popolo che ci opprime. Il fico infatti non germoglierà, nessun prodotto daranno le viti, cesserà il raccolto dell’olivo, i campi non daranno più cibo, le greggi spariranno dagli ovili e le stalle rimarranno senza buoi. Ma io gioirò nel Signore, esulterò in Dio, mio salvatore. Il Signore Dio è la mia forza, egli rende i miei piedi come quelli delle cerve e sulle mie alture mi fa camminare” (cfr anche Os 2, 12; Gl 1, 12; Ag 2, 20; Ger 5, 17).

Fermandoci sotto questa prima pianta, ripenso a uno dei ricordi più belli della mia infanzia, negli anni della scuola elementare, quello legato alla festa degli alberi. Andare a piantare un piccolo abete, un larice o un pino, aiutati dai guardaboschi: un’esperienza che ci si porta dentro per tutta la vita. Trapiantare un ramoscello, la cima di un albero, per vederlo crescere è l’immagine usata anche dal profeta Ezechiele (17, 22-24), che evidenzia nel simbolismo l’opera di Dio, divino agricoltore:

“Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami lo coglierò e lo pianterò sopra un monte alto, imponente; lo pianterò sul monte alto d’Israele. Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà. Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò»”.

Un esperimento che qualche volte non riesce; non sempre la cosa funziona: anche in questo da bambini, siamo rimasti spesso delusi, di qualche trapianto o di qualche seme che non è germogliato; come pure della lentezza della crescita e della maturazione di una pianticella, di un fiore o di un frutto. Ezechiele vuol parlarci del popolo d’Israele, ma anche di noi, ormai solo una piccola parte di una realtà ben più vasta; la cima che viene tagliata per diventare un nuovo albero maestoso, mentre l’intero resto dell’albero si secca. Come dice Gesù nel Vangelo la seminagione, l’innesto, il trapianto e lo sbocciare di una nuova forma di vita è un evento che ci meraviglia e l’uomo si interroga: come accade questo? “Come, egli stesso non lo sa” (Mc 4, 26-28)!

Ecco l’immagine più bella per indicare il Regno di Dio: un piccolo seme che diventa qualcosa di grande, qualcosa di nuovo, qualcosa di bello. Che è poi la realtà del Regno di Dio che è già presente nel mondo e nella storia, anche se non ancora in pienezza, sempre in divenire, come una pianta che cresce (Mc 4, 30-32). Il Regno di Dio che è Gesù stesso presente nelle vicende umane, nella mia vita, nelle nostre persone, nelle nostre comunità, nella vita della Chiesa e dell’umanità (cfr Lc 17, 21). Il richiamo è esplicito: diamogli spazio! Come un seme, il Regno ha in sé la forza prodigiosa della creazione. Non solo, ma anche quella della Redenzione. Ma noi ci crediamo? Già in questa vita avviene una crescita e uno sviluppo delle nostre persone, delle nostre capacità, perché tutti siamo chiamati alla santità, come ci ha richiamato da poco Papa Francesco.

            Stando sotto il fico domandiamoci, allora: So sostare sotto il fico per pregare in dialogo con lui, per meditare con calma la Parola di Dio, per ricercare lui, la Verità, e lasciarmi da lui interpellare? Porto frutto per gli altri? Il mio frutto è dolce? Mi lascio abbattere facilmente? So cogliere i segni dei tempi?