Nel chiostro, sotto le piante. Sotto il melograno – di don Giulio Viviani

Pubblicato giorno 7 ottobre 2018 - ARTICOLI DEL BLOG, La preghiera, Vita consacrata e monastica

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        Da chierichetto mi colpivano i ricami delle vesti sacre di allora e dei copricalici antichi con sopra disegnato un frutto sconosciuto, per me quasi “proibito” che non conoscevo: il melograno. Ho poi scoperto, leggendo la Bibbia che già le vesti dei sacerdoti dell’Antico Testamento prevedevano questo decoro (Es 28, 31-35 e ripreso in 39, 22-26):

“Farai il manto dell’efod, tutto di porpora viola, con in mezzo la scollatura per la testa; il bordo attorno alla scollatura sarà un lavoro di tessitore come la scollatura di una corazza, che non si lacera. Farai sul suo lembo melagrane di porpora viola, di porpora rossa e di scarlatto, intorno al suo lembo, e in mezzo disporrai sonagli d’oro: un sonaglio d’oro e una melagrana, un sonaglio d’oro e una melagrana intorno all’orlo inferiore del manto. Aronne l’indosserà nelle funzioni sacerdotali e se ne sentirà il suono quando egli entrerà nel Santo alla presenza del Signore e quando ne uscirà. Così non morirà”.

        Già anche nel tempio (1Re 7, 18-20.40-42; 2Re 25, 17; cfr anche Ger 52, 22-23) le immagini dei melograni adornavano le colonne portanti.

        La pianta del melograno ha delle foglie piccole e sottili spesso di colore rossiccio con i fiori di tinta scarlatta: ecco che già il colore esteriore ci parla del frutto. Perché il frutto dell’albero di melograno? Perché quel frutto – oltre al simbolico colore rosso vermiglio, richiamo al sangue e alla vita piena – è in qualche modo anche immagine dell’unione delle persone, di tanti chicchi che formano un unico frutto; simbolo del popolo di Dio chiamato a vivere la coesione, l’unità, secondo il suo prototipo che è Dio stesso, la comunione della Santissima Trinità.

        Anche il melograno è uno dei frutti ricordati nel deserto come memoria nostalgica dell’Egitto e come speranza della terra promessa (Nm 20, 5; 13, 23; Dt 8, 8): qualcosa di rimpianto e qualcosa di promesso, di atteso e di desiderato. È segno di calamità la sua perdita (cfr Gl 1, 12); ed è simbolo di festa il liquore da esso derivato (cfr Ct 8, 2).

        Le pagine del Cantico dei Cantici, sempre suggestive per ogni cristiano, ma soprattutto per una monaca, ci invitano a curare la nostra relazione con Cristo, lo Sposo che ci cerca, che ci viene incontro, che ci realizza in una pienezza di comunione. Il melograno era l’albero per abbellire i giardini e in particolare simbolo della bellezza di quel “giardino chiuso” che è la “sposa bella” (Ct 4, 12-15):

“Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa, sorgente chiusa, fontana sigillata. I tuoi germogli sono un paradiso di melagrane, con i frutti più squisiti, alberi di cipro e nardo, nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo, con ogni specie di alberi d’incenso, mirra e àloe, con tutti gli aromi migliori. Fontana che irrora i giardini, pozzo d’acque vive che sgorgano dal Libano”.

          E ancora con i tipici accenti della gioia profonda di chi, innamorato, può stare con chi ama, vicino e in dialogo di gesti e di parole:

“Nel giardino dei noci io sono sceso, per vedere i germogli della valle e osservare se la vite metteva gemme e i melograni erano in fiore. Senza che me ne accorgessi, il desiderio mi ha posto sul cocchio del principe del mio popolo” (Ct 6, 11-12).

“Io sono del mio amato e il suo desiderio è verso di me. Vieni, amato mio, andiamo nei campi, passiamo la notte nei villaggi. Di buon mattino andremo nelle vigne; vedremo se germoglia la vite, se le gemme si schiudono, se fioriscono i melograni: là ti darò il mio amore!” (Ct 7, 11- 12).

Stando anche noi all’ombra del melograno è bello fermarsi a riconoscere come importante per ciascuno di noi il tema dell’innamorarsi dello Sposo, che è il Signore, e della sponsalità tra Dio e il suo popolo, tra Cristo e la Chiesa. Sarebbe allora assai interessante, oltre alle numerose pagine della Sacra Scrittura, allargare la ricerca agli scritti e alle omelie dei Padri, soprattutto nei loro commenti al Cantico dei Cantici: essi amavano soffermarsi con attenzione sulla figura del Cristo sposo. Le pagine dei Padri della Chiesa e degli altri scrittori ecclesiastici riportate anche nell’Ufficio delle Letture della Liturgia delle Ore presentano frequentemente tale simbologia. Ma anche dopo l’epoca patristica si trovano notevoli elementi per dimostrare la continuità della presenza di questa immagine biblica e spirituale.

I vostri San Francesco (1182-1226) e Santa Chiara d’Assisi (1193-1253), per quanto riportano le fonti francescane, usavano normalmente l’immagine di Cristo sposo e della Chiesa sposa. Scrive san Francesco: “Siamo sposi quando per lo Spirito Santo l’anima fedele si unisce a Gesù Cristo… Oh, come è bello e amabile avere in cielo un tale sposo…” (Vedi Fonti francescane. Padova, EMP, 1978, numero marginale 200, Lettere. Ma anche ai nn. 352, Vita prima di Tommaso da Celano; 682, Vita seconda di Tommaso da Celano: “scherzava amabilmente con lo Sposo”; 1358, Leggenda minore di san Bonaventura da Bagnoregio). E negli Scritti di Chiara d’Assisi, la Lettera a Santa Agnese di Praga (2879): “Mira, o nobilissima Regina, lo Sposo tuo, il più bello tra i figli dell’uomo, divenuto il più vile tra gli uomini… Medita e contempla e brama di imitarlo”; e ancora nella Leggenda di Santa Chiara (3176): “Nella prigione di questo minuscolo luogo, la vergine Chiara si rinchiuse per amore dello Sposo celeste”.

          L’«Imitazione di Cristo», un manuale di spiritualità che ha attraversato i secoli, non ignora l’importanza di questa dimensione della sponsalità di Cristo: “Prepara, anima fedele, il tuo cuore a questo sposo…” (libro 2°, I, 2 ; vedi anche libro 4°, XVII, 3).

          Sant’Ignazio di Loyola (1491-1556) nel suo testo degli esercizi spirituali fa esplicito riferimento alla Chiesa sposa e al Cristo sposo: “…nella convinzione che tra Cristo nostro Signore, sposo, e la Chiesa sua sposa, è lo stesso spirito che ci governa e regge per la salvezza delle anime nostre…” (n. 353 e 365).

          Analogamente meriterebbe di essere approfondito quel capitolo di storia riguardante molti santi, soprattutto sante, che va sotto il nome di “matrimoni mistici” per cogliere nel corso dei secoli quale idea si aveva del Cristo sposo (ad es.: santa Caterina d’Alessandria, santa Ildegarda di Bingen, santa Caterina da Siena, santa Brigida di Svezia, santa Geltrude, santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce, ecc.). Tale ricerca non dovrebbe ignorare l’iconografia in merito che si presenta assai vasta (si pensi solo ai molti affreschi e alle molte tele con le nozze mistiche di santa Caterina). Il richiamo alla dimensione artistica della simbologia del Cristo sposo offre l’opportunità di segnalare che si ritrovano icone bizantine del Cristo sposo secondo la ricca spiritualità ed eucologia dell’Oriente cristiano.

          Stando sotto il melograno, contemplando le sue foglie, i suoi fiori e i suoi frutti domandiamoci, allora: Cristo è veramente l’amato del mio cuore? È lui il mio primo pensiero, il mio punto di riferimento costante? È lui la mia gioia più vera e profonda che si manifesta nel nostro volto e nel nostro tratto verso gli altri? Come Pietro lo seguo (gli “vado dietro”) da innamorato e dialogo con le parole dell’amore? Come vivo la dimensione della comunione con il Signore e con gli altri? Parlo con lui in un dialogo continuo nel “giardino chiuso” della comunità?