1 ottobre, Triduo di san Francesco: Che sono io vilissimo vermine e chi sei Tu, dolcissimo Iddio mio? – Figli del Re e di Madonna Povertà

Pubblicato giorno 30 settembre 2019 - ARTICOLI DEL BLOG, San Francesco

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Spesso sentiamo urgere in noi, messi in crisi come siamo dalle sfide del nostro mondo, la domanda: “Ma io, chi sono?” La domanda dell’identità è una domanda cruciale: sentiamo che non possiamo definirci da noi stessi, che possiamo trovare il senso della nostra vita solo donandoci a un Tu amante che, proprio amandoci, ci rivela chi siamo e il nostro valore. In questi giorni di preparazione alla solennità del padre san Francesco, vogliamo metterci in ascolto della sua esperienza spirituale ed evangelica, fatta dell’esperienza della paternità di Dio e della sua provvidenza, sempre mediate dal Signore Gesù Cristo, che per Francesco è amico, fratello e sposo, unica ragione di vita e di missione sua e dell’intero Ordine dei Minori e degli Ordini che sono nati per l’espandersi del suo stesso carisma.

 

 

Dalla “Vita Seconda” di fra Tommaso da Celano

(2Cel 16-17; FF 602-603)

Quando Francesco si presentò con i compagni a papa Innocenzo per chiedergli l’approvazione della sua regola di vita, questi giudicò l’ideale che si era prefisso superiore alle forze umane. Ma, da uomo prudentissimo com’era, gli disse: «Prega, figlio mio, Cristo perché ci manifesti, per mezzo tuo, la sua volontà e, una volta conosciutala, possiamo acconsentire con più sicurezza ai tuoi pii desideri».

Il Santo obbedì al comando del sommo Pastore e ricorse con tutta fiducia a Cristo. Pregò con insistenza ed esortò pure i compagni a supplicare devotamente Dio. In breve, mentre pregava ottenne la risposta e comunicò ai figli novità salutari. Vennero così a sapere che Cristo gli aveva detto familiarmente, in parabola: «Francesco, dirai al Papa così: Viveva in un deserto una donna povera, ma molto bella. Un re se ne innamorò per il suo incantevole aspetto, strinse relazione con lei gioiosamente e ne ebbe figli bellissimi. Una volta adulti ed educati nobilmente, la madre disse loro: “Non vergognatevi, o miei diletti, per il fatto di essere poveri, perché siete tutti figli di quel grande re. Andate dunque gioiosi alla sua corte e chiedetegli quanto vi occorre”. Meravigliati e lieti a quelle parole, animati dall’assicurazione di essere di stirpe reale e futuri eredi,  stimarono ricchezza la loro estrema povertà, e si presentarono al re con fiducia e senza paura, perché nel volto riproducevano il suo volto. Vedendo che gli rassomigliavano, il re chiese, meravigliato di chi fossero figli. Ed avendogli risposto che erano figli di quella donna povera e sola nel deserto, li abbracciò: “Siete figli miei ed eredi; non abbiate timore; perché, se alla mia mensa si nutrono estranei, è certamente più giusto che si nutrano quelli che hanno diritto a tutta l’eredità”. Ordinò poi alla donna di mandare alla sua corte tutti i figli generati da lui, perché vi fossero allevati». Il Santo, traboccante di gioia a motivo della parabola, riferì subito al Papa il solenne oracolo.

La donna simboleggia Francesco, non per la mollezza della condotta, ma per i numerosi suoi figli. Il deserto è il mondo, allora incolto e sterile di virtù. L’abbondante e splendida figliolanza è il copioso numero di frati, ricchi di ogni virtù. Il re: il Figlio di Dio e a lui corrispondono nell’aspetto, somiglianti per la santa povertà, quelli, che, messo da parte ogni rossore, si sfamano alla mensa del re: contenti della imitazione di Cristo, vivendo di elemosina, pur attraverso il disprezzo del mondo, sanno che un giorno saranno felici.